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di Francesco La Licata

La Stampa, 20 luglio 2025

Ieri si è celebrato il 33°anniversario della strage di via D’Amelio, che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai 5 agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Così, come ogni anno, ci è toccato di assistere all’ipocrita e indebita appropriazione della memoria dei nostri martiri, caduti mentre portavano avanti, in perfetta solitudine, una difficilissima e pericolosa battaglia contro la “mafia totale” che aveva “conquistato” la Sicilia e si apprestava a varcarne i confini fino al resto del territorio nazionale.

E, come ogni anno, assistiamo al poco gradevole vezzo di attribuire appartenenze politiche ai morti che, ovviamente, non possono confermare né smentire. Su Borsellino, poi, è da tempo che il centrodestra (prima Berlusconi, oggi la Meloni) portano avanti il tentativo stucchevole di trascinare dalla loro parte i morti, soprattutto a difesa di iniziative discutibili come molte delle proposte contenute nella cosiddetta prossima riforma della giustizia.

Ora, passi per le fiaccolate e le manifestazioni “condivise ma non troppo” (a Palermo Arianna Meloni ma non la premier, forse in imbarazzo per i disastri giudiziari di elementi di spicco del suo partito in Sicilia), passi per il “buon ricordo di Borsellino”, ma non si può soprassedere davanti alle falsificazioni storiche di autorevoli rappresentanti del governo. Prendiamo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ex magistrato con un non eccelso curriculum, che da quando si è insediato cerca di distruggere sistematicamente quanto di buono c’è nel lascito a noi pervenuto dal lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutto in nome di una presunta riforma che dovrebbe avere l’obiettivo di offrire maggiori garanzie e libertà ai cittadini e che, invece, va sempre di più somigliando ad una sorta di “rivalsa” di un ministro in passato poco amato dai colleghi. E ogni colpo di piccone, dalle critiche al concorso esterno (voluto da Giovanni Falcone), alla “riforma del CSM, alle limitazioni sulle intercettazioni che debilitano le inchieste, alla separazione delle carriere dei magistrati, viene puntualmente “sostenuto” dal ricorso alla fatidica frase: “Anche Borsellino e Falcone erano d’accordo”.

Ovviamente non è così. Borsellino e Falcone erano strenui difensori dell’indipendenza della magistratura, ritenuta un bene irrinunciabile. Perché quei giudici non facevano le inchieste “per politica” ma non si tiravano indietro se si imbattevano in qualche politico che commetteva reati. E Borsellino, che in gioventù era stato iscritto ad una organizzazione giovanile del MSI non si sognava gesti di arroganza politica come quelli a cui oggi assistiamo. Basti pensare che lavorava in armonia con persone lontane dalle sue passate idee politiche, persone come Falcone che era un liberale di sinistra o addirittura Giuseppe Di Lello che scriveva sul Manifesto.

No, non era questa la riforma della giustizia pensata da Borsellino e da Falcone. E non erano le loro diverse idee politiche a guidarli. E neppure erano soliti abbandonarsi a eccessi di potere se ricevevano critiche. Atteggiamento lontano dallo “stile Nordio” che pretende di avviare procedimento disciplinare contro il sostituto procuratore generale in Cassazione Raffaele Piccirillo “colpevole” di aver rilasciato una intervista per criticare iil comportamento del ministro nel caso Almasri. Cosa avrebbe fatto, Nordio, all’”amato Paolo Borsellino” quando non esitò (1988) a rilasciare due interviste (Unità e Repubblica) per denunciare lo smantellamento del pool antimafia portato avanti dal consigliere istruttore Antonino Meli, preferito a Giovanni Falcone?