di Letizia Tortello
La Stampa, 24 maggio 2024
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato la risoluzione per riconoscere l’11 luglio Giornata internazionale del genocidio in Bosnia. Proteste e minacce di serbi e alleati: “Così minate la pace” nei Balcani. A Srebrenica fu genocidio. Ora, tra gli orrori peggiori dell’umanità e delle guerre moderne c’è anche il massacro compiuto nel 1995 nell’Est della Bosnia. Quando 8000 uomini e ragazzi bognacchi furono trucidati a sangue freddo dalle forze serbo-bosniache guidate dal generale Mladic, con l’unico scopo di “regalare” la città al popolo serbo. Una pulizia etnica che puntava a eliminare fisicamente il fratello-nemico, fucilato e seppellito in fosse comuni, molti corpi devono essere ancora scoperti. Causò anche la deportazione di 30 mila donne, ragazze e bambini, consegnati nelle mani di carnefici e stupratori dalle stesse truppe Onu che avrebbero dovuto proteggerli.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a maggioranza a favore della risoluzione: dall’anno prossimo, l’11 luglio sarà giornata internazionale del ricordo del genocidio di Srebrenica. Con buona pace dei serbi di Belgrado, e dei serbi bosniaci della Republika Srpska, che hanno fortemente osteggiato l’iniziativa promossa dalla Germania, dal Rwanda e sostenuta da 17 Stati per lo più occidentali (tra cui Usa, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna). Con buona pace di Ungheria, Bielorussia, Cina e Russia, che hanno votato “no”. E quest’ultima minaccia un grave danno alla “pace e alla sicurezza” della regione dopo il sì all’Onu. All’Assemblea generale non è possibile mettere il veto, ma le alleanze di chi sta con la Serbia di Vucic e la Repubblica di Dodik in funzione anti-occidentale sono apparse un messaggio geopolitico forte e chiaro.
“Noi non siamo una nazione genocida”, hanno tuonato i serbi da più parti, mentre bandiere e scritte popolavano Belgrado e Banja Luka, sebbene il riferimento al popolo serbo nella sua interezza come responsabile di Srebrenica non sia menzionato nel testo. Il presidente Vucic ha fatto il gesto delle tre dita, in nome del nazionalismo pan-serbo, dopo la votazione. I contrari sono stati 19, gli astenuti (68), tra cui gli Emirati Arabi, l’Argentina di Milei e il Libano, ma la maggioranza è stata a favore (84 Stati).
Quel giorno, l’11 luglio 1995, il generale serbo Ratko Mladić si sentiva come Dio, scrive Emir Suljagić in Cartolina dalla fossa: svuotò quella cittadina bosniaca, Srebrenica, ed Emir che si credeva già morto, appena maggiorenne, invece si salvò, tra 8000 trucidati. “Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita di chiunque”. Il generale guardò la carta d’identità di Suljagić, gli chiese che cosa stesse facendo e poi gli disse che poteva andare.
Il massacro bosniaco di ventinove anni fa, che per molto tempo è stato ritenuto il peggiore dalla Seconda guerra mondiale, è stato dichiarato genocidio dalla Corte internazionale di Giustizia e dal Tribunale penale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Sono state condannate una cinquantina di persone, tra cui lo stesso Mladic, il “boia di Srebrenica”, che sta scontando l’ergastolo nel carcere di Scheveningen, in Olanda. E ancora, Radovan Karadžić, all’epoca presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, anche lui nel carcere dell’Aja. La corte ha incriminato anche il presidente serbo Slobodan Miloŝevic, morto durante il processo.
Il voto all’Onu su Srebrenica, in particolare in questo momento di guerre, dopo che la Corte internazionale di Giustizia ha ravvisato il “fumus” di genocidio a Gaza da parte di Israele, ha grande importanza storica. Esorta gli Stati membri a condannare la negazione del massacro in Bosnia e l’esaltazione dei criminali di guerra, chiedendo che le restanti vittime siano identificate e che tutti i responsabili ancora in libertà siano assicurati alla giustizia. A Srebrenica fu genocidio, e sono passati quasi trent’anni. Molti Paesi, a partire dagli Usa, hanno sostenuto la risoluzione con convinzione, mentre negli scenari odierni la definizione crea dubbi e distinguo.











