di Mattia Marinolli
La Stampa, 11 febbraio 2022
Tra i dannati del nuovo campo profughi, limbo senza via d'uscita per tremila migranti: "La polizia ci insegue coi cani". Una struttura pensata come centro di accoglienza e passaggio per migranti rende il confine verso la Croazia sempre più distante. Un luogo asettico fatto di bianchi container e capannoni che si confondono tra foschia e neve; recinzioni all'esterno e all'interno in una conca desolata raggiungibile da una strada sterrata a 26 km a Est di Bihac, capoluogo del cantone di Una-Sana in Bosnia Erzegovina.
Il campo Lipa assomiglia molto di più a una prigione che a un centro temporaneo di accoglienza. Il 19 novembre 2021 è stata "inaugurata" la nuova struttura che può ospitare 1500 persone, attualmente ci sono 400 persone. Va a rimpiazzare i tendoni della vecchia, bruciata nell'incendio scoppiato in pieno inverno lo scorso anno che ha catalizzato i media di tutto il mondo. Il progetto finanziato dall'Unione Europea insieme ad alcuni partner tra cui il ministero degli Esteri italiano è gestito da Iom, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite. Rispetto al vecchio campo, le condizioni sono migliorate; ora gli ambienti sono riscaldati e c'è persino l'acqua calda. Sicuramente una non prospettiva per tutte quelle persone che, vedendosi negato l'accesso in Europa, si sono trovate bloccate per mesi o per anni in questo angolo della Bosnia Erzegovina lasciato solo dal governo centrale e dall'Europa tutta.
Dal check-point d'ingresso la strada scende verso il refettorio, un capannone diviso al suo interno in due parti che separano minorenni e maggiorenni. Sono le 11 e un'ottantina di migranti stanno consumando la colazione. Le persone entrando percorrono il corridoio ricavato dalle reti metalliche che fanno da divisorio per raggiungere la fila per prendere il vassoio. Nella sala c'è quasi silenzio, ai tavoli sono perlopiù sedute quattro persone, alcuni parlano. I visi spenti guardano davanti a loro, tra i molti ragazzi provenienti dal Pakistan c'è anche un gruppetto di tre cubani, sono dieci in tutto a Lipa. Sono atterrati in Russia con la speranza di raggiungere la Spagna. Anche loro si sono trovati bloccati in questo limbo dimenticato ai confini della Bosnia.
Molte delle persone in cammino verso l'Europa avrebbero il diritto di richiedere lo status di rifugiato, garantito dall'articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951, e invece si trovano assoggettate alle regole del "game" ovvero il tentativo di entrare in Europa passando per i vari stati balcanici. Un gioco fatto di respingimenti illeciti, violenze e lunghe camminate nei boschi in balia del freddo. Non si vince facilmente, i più sono costretti a tornare sui loro passi e preparare nuovamente il viaggio, per alcuni il gioco è fatale.
Il 29 dicembre scorso 4 ragazzi pakistani stavano guadando un fiume che li avrebbe portati in Croazia. Haq Ljaz Ul, ventiquattro anni, affoga e viene portato via dalla corrente davanti all'impotenza dei compagni. I tre si dirigono dalla polizia croata per chiedere di recuperare il corpo. Ad oggi il corpo di Haq non è ancora stato trovato e i tre sono stati deportati in Bosnia. Questo è solo uno dei numerosi incidenti mortali che fanno parte di questo macabro gioco.
Negli ultimi mesi i flussi verso Bihac e Velika Kladuša, una cittadina situata nell'estremo Nord-ovest del Paese, sono diminuiti; lo scorso novembre erano bloccati in Bosnia Erzegovina circa tremila migranti, rispetto ai diecimila dell'anno prima. Sembra che la rotta stia cambiando, complice probabilmente la difficile situazione che in questi anni si è respirata al confine croato. Quelli conosciuti come pushbacks, i respingimenti della polizia croata, rendono impossibile il tragitto verso l'Europa.
Numerosi sono stati i casi di violenze perpetrate a danni dei migranti. Il pattern descritto è sempre lo stesso: "La polizia ferma il gruppetto, chiede chi possa parlare inglese, umiliazioni verbali, violenze fisiche con teasers e aggressioni corporali, in alcuni casi i cani vengono utilizzati per la partita di caccia tra i monti che dividono il confine", raccontano i migranti. Alcuni vengono privati delle scarpe; cellulari e soldi vengono rubati e vengono poi rispediti oltre il confine. In molti casi al di qua del confine i furgoni dello Iom sono lì pronti ad aspettare i respinti e portarli a Lipa.
Con l'emergenza Covid le regole sono cambiate. Chi entra a Lipa viene tenuto due giorni in una parte del campo. Dopo il tampone vengono rinchiusi nei container per un'ulteriore quarantena dove resteranno cinque giorni, al termine dei quali potranno decidere se restare o tornare a piedi verso Bihac percorrendo la lunga statale che porta alla cittadina.
Molti migranti preferiscono evitare Lipa, troppo distante dal confine, la mensa è poco apprezzata e sembra di stare in galera. Altri, mossi dal freddo, telefonano in struttura per farsi venire a prendere e passare l'inverno lì per poi provare il "game" con condizioni climatiche migliori.
Sembra paradossale che un Paese come la Bosnia Erzegovina che vive in una perenne crisi politica e sociale, fuori dall'Europa, ma nel cuore della stessa, si trovi a gestire da sola un dramma che dovrebbe coinvolgere tutti. Se con i primi flussi del 2017 la popolazione aveva empatizzato con i migranti, oggi non è più così. Nella maggior parte dei negozi i migranti non sono ben accetti, a volte è loro negato l'accesso, altre volte vengono lasciati fuori con la scusa del Green Pass in un Paese dove la percentuale dei vaccinati è la più bassa d'Europa.









