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di Roberto Galullo

Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2025

I 47 jammer acquistati nel 2018 non sono mai stati utilizzati. Il Ministero vuole introdurre nuovi apparecchi ma la copertura finanziaria è un rebus. Lo Stato vuole schermare i telefoni cellulari utilizzati illegalmente dai boss mafiosi (e non solo da loro) in carcere ma la copertura finanziaria per acquistare le nuove apparecchiature è un rebus. Non solo. Gli inibitori di frequenze - comunemente chiamati jammer - il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) li ha acquistati nel 2018 ma vanno rottamati senza essere mai stati utilizzati un solo giorno. Anche perché con l’introduzione del 5G non sarebbero più al passo con la quinta generazione di telefonia mobile. La storia merita di essere raccontata dall’inizio, perché si sono già persi oltre sei anni durante i quali Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in primis si sono avvantaggiati per continuare a governare le attività criminali dall’interno delle celle.

Criptofonini in cella - A poche ore di distanza dall’ennesima operazione antimafia che a Palermo ha svelato il ricorso perfino a criptofonini da parte di uomini di Cosa nostra, la burocrazia italiana riporta a galla una storia che inizia il 17 ottobre 2018, giorno in cui l’allora direttore generale del personale e delle risorse del Dap, Pietro Buffa, firmò il decreto per avviare la procedura di gare per acquistare 40 jammer. Valore dell’appalto 140mila euro più Iva (173.630 euro). Di lì a pochi mesi - per la precisione il 10 dicembre 2018 - lo stesso Buffa firmerà l’aggiudicazione alla società Selint, unica concorrente, per 77mila euro (sempre più Iva al 22%). Un ribasso del 45% che permise - ma questo si sa oggi - l’acquisto di 47 jammer anziché 40.

Consegna avvenuta - Il 28 maggio 2019 Massimo Parisi, direttore generale subentrato a Buffa, annuncia che l’Ufficio comunicazioni ha ultimato la consegna dei jammer a tutti i provveditorati. Sarebbe seguita la formazione del personale individuato. Tre giorni dopo i principali sindacati della polizia penitenziaria chiesero, è il caso di UilPa, di “conoscere quali saranno le modalità che verranno adottate per individuare/selezionare gli operatori da formare per l’utilizzo dei sistemi (...) Si richiede sin d’ora assicurazione circa l’esperimento di procedure che garantiscano trasparenza e imparzialità e favoriscano “pari opportunità nel lavoro e nello sviluppo professionale” (…)”.

Mai utilizzati - Da allora il buio. Si sa solo che i 47 jammer non sono mai stati utilizzati, come conferma al Sole 24 Ore Gennarino De Fazio, segretario generale di UilPa Polizia penitenziaria. “Per quanto ne sappiamo si sono verificati problemi, ad esempio sanitari, visto che questi apparecchi inibiscono le comunicazioni in un’area molto vasta ma esiste anche il problema contrario, vale a dire che questi apparecchi non funzionano con le spesse mura degli istituti penitenziari. Tengo a sottolineare che non è un problema dell’agente di polizia penitenziaria, che non può portare cellulari all’interno delle sezioni ma degli operatori civili, direttori, magistrati e via di questo passo”.

Tocca al viceministro - Il 23 gennaio 2025 la senatrice del M5S Gabriella Di Girolamo ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla situazione nelle carceri alla quale ha risposto il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “È stato avviato un progetto per la schermatura degli istituti penitenziari del tipo jammer, che prevede l’adozione di un sistema in grado di intercettare tutte le telefonate effettuate dai dispositivi cellulari presenti all’interno degli istituti di pena del Paese. Tale sistema permette di discriminare i segnali telefonici da autorizzare tramite la creazione di white e black list. In tal modo solo gli utenti autorizzati inclusi nella white list potranno effettuare comunicazioni con l’esterno. A differenza del sistema jammer, quello proposto è completamente passivo e non comporta l’emissione di campi elettromagnetici, garantendo così la tutela della salute del personale di Polizia penitenziaria, della popolazione detenuta e dei cittadini. In attesa del reperimento necessario a copertura finanziaria, il progetto prevede una prima implementazione in venti istituti ritenuti i più critici. I tempi di realizzazione della schermatura dipenderanno dal numero di istituti da coprire e dalla possibilità di effettuare interventi simultanei, nonché dalla conformazione dell’istituto (collocazione in ambito urbano, estensione, forma del perimetro e quant’altro). I costi, sulla base di una prima analisi di mercato, variano tra gli uno e i tre milioni di euro, a seconda delle caratteristiche dell’istituto in termini di dimensioni e collocazione topografica”.

Le ultime linee guida - Nei primi giorni di febbraio - dunque a brevissima distanza dalla risposta del viceministro Sisto, il direttore generale Detenuti e trattamento del Dap, Ernesto Napolillo, riferendosi all’introduzione e all’utilizzo in carcere dei telefoni cellulari, ha però messo nero su bianco a pagina 3 delle linee guida spedite ai provveditorati regionali e alle direzioni degli istituti penitenziari, che “il diffuso fenomeno (…) non appare allo stato fronteggiabile per ragioni tecniche ed economiche con schermature degli istituti penitenziari (…)”.

Parola a Gratteri - Non resta che fare un passo indietro e leggere in filigrana le parole che il 15 gennaio 2025 il capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, ha pronunciato in Commissione parlamentare antimafia. Tra gli argomenti toccati, è tornato sul tema della schermatura delle comunicazioni nelle carceri. “Mi sono permesso di dare un suggerimento, in perfetta solitudine - ha dichiarato Gratteri. Mi ero istruito, mi ero informato. Un jammer costa 60 mila euro. Ho suggerito di iniziare dalle carceri dove c’è l’alta sicurezza, da Secondigliano, Milano Opera, dalle carceri più grandi. Comprare questi jammer e metterli sopra il tetto. Nel raggio di un chilometro non c’è segnale. Il jammer si può modulare, dal non far funzionare una serranda a bloccare la centralina di una macchina, al non far camminare una macchina. Non ci sono i soldi per tutte le carceri, ma almeno compriamone dieci, quindici dove c’è l’alta sicurezza, e finisce il giochino di questi soggetti che telefonano alle loro mogli che, in videoconferenza, fanno scegliere il colore dei pantaloni mentre sono nel negozio. Questa è la cosa più scema. Oppure mandare messaggi di morte, chiedere la mazzetta, eccetera. La risposta che mi ha dato allora il direttore del Dap Francesco Basentini (a capo del dipartimento dal 27 giugno 2018 al 30 aprile 2020, ndr) è stata: “Noi non possiamo mettere il jammer, perché il jammer emette delle radiofrequenze che possono far male alla salute. E poi la Polizia penitenziaria come fa a comunicare?”. Ho risposto che la Polizia penitenziaria, quando entra nel carcere, non utilizza il telefono, perché non ne ha bisogno (…). In ogni sezione c’è un telefono per poter chiamare. La Polizia penitenziaria con chi deve parlare quando entra in carcere? Se c’è una sommossa parla con il comandante, parla con l’ufficio matricola o parla con il direttore del carcere. Che se ne deve fare del cellulare in carcere? Ammesso che lo abbia. In ogni caso, ripeto, non ce l’ha per regolamento nella sezione. Nemmeno il direttore entra con il telefono. Mi ha dato queste due spiegazioni. Il risultato è che oggi in ogni carcere ci sono decine, centinaia di telefoni - pensi a Secondigliano - dove si discute di cose importanti (...)”.

Su un punto il sindacalista De Fazio, il magistrato Gratteri e il viceministro alla Giustizia Sisto concordano: il problema va affrontato anche con il potenziamento del numero degli agenti e con la messa a regime del numero dei detenuti. Chissà che non sia un buon auspicio il fatto che il 14 febbraio, festa di San Valentino, scadano i termini per partecipare al concorso per 3.246 agenti di Polizia penitenziaria.