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di Francesco Grignetti

La Stampa, 30 aprile 2024

L’ex capo del Dap Renoldi dopo la denuncia di Gratteri: “Più possibilità di comunicare per i meno pericolosi”. Bando agli slogan, dice Carlo Renoldi, che era stato scelto dalla ministra Marta Cartabia come capo del Dipartimento penitenziario. La sua avventura è durata 9 mesi, fino al gennaio 2023. Poi è arrivato il destra-centro e Renoldi è stato rimandato in Cassazione.

Dottor Renoldi, secondo il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ne ha parlato ieri a La Stampa, il carcere italiano è un “fallimento”. Anzi, “una delle migliori piazze di spaccio”. Condivide?

“Il fallimento del carcere è legato alla difficoltà a realizzare la sua missione costituzionale: quella di restituire alla società, quando la pena finisce, persone che possano esservi riaccolte per iniziare una vita diversa. La presenza in carcere della droga è problema antico e si spiega con l’elevata percentuale di persone con problemi di dipendenza e abuso, che in carcere non dovrebbero stare”.

Quanto ai telefonini che entrano di sottobanco nelle celle (duemila quelli trovati nell’ultimo anno): possibile che non si trovino contromisure a una situazione grottesca e allo stesso tempo tanto pericolosa?

“Esistono molti modi per fare entrare in carcere un telefono e non ci sono soluzioni miracolose per evitarlo, come quella di schermare gli istituti, essendo ancora da verificare le ricadute sulla salute di operatori e detenuti. E da ripensare il sistema. Occorre impedire comunicazioni incontrollate con l’esterno solo per una minoranza di detenuti, per i quali il filtro deve essere rigoroso. Per gli altri, bisogna consentire un accesso molto ampio alle telefonate. Si controllerebbero meglio le situazioni che lo meritano davvero; e al contempo le persone più fragili potrebbero coltivare meglio le relazioni con la famiglia”.

Molti magistrati sostengono che esistono due Italie anche nel campo della detenzione: un centro-nord dove la realtà è abbastanza sotto controllo, un sud dove spadroneggiano i clan. È d’accordo?

“Non credo a distinzioni così nette, anche perché i clan non sono solo al sud. E però innegabile che la detenzione varia molto tra un carcere e l’altro. Ciò che fa la differenza è il tessuto sociale e istituzionale in cui il singolo carcere si trova. Chi associa il carcere soltanto alla questione sicurezza compie un errore tragico”.

Il sovraffollamento è una realtà. Quali effetti concreti ha sul sistema e sulla vita delle persone detenute?

“Produce grande vulnerabilità in chi vive e lavora in carcere. Gli operatori si sentono spesso impotenti a realizzare ciò che la Costituzione e le leggi richiedono e a dare risposte alle persone detenute. Queste, in specie se poco integrate, si sentono spesso abbandonate, senza che le loro richieste possano essere prese in considerazione”.

Risulta che in molti casi gli spazi per le attività restino deserti perché manca persino il personale per accompagnarvi i detenuti. Quanto incidono i vuoti d’organico nel funzionamento del sistema?

“Drammaticamente. In molte realtà, gli spazi ci sono, ma ciò che manca è il personale; e quello in servizio vive spesso in una condizione di sostanziale abbandono, che generà fragilità negli operatori, a volte perdita del senso della loro alta missione, fino alle gravi cadute che le cronache raccontano. Verso le quali non può esserci indulgenza; ma bisogna cercare di capire perché certe cose accadono”.

I sindacati della Polizia penitenziaria protestano per la conflittualità interna. I meccanismi premiali della benemerita legge Gozzini funzionano ancora oppure sono superati dai tempi, con così tanti detenuti stranieri in cella?

“Il rischio, con il sovraffollamento crescente, è che la situazione di vulnerabilità degli attori dell’universo carcerario possa degenerare. La Gozzini, pilastro di civiltà giuridica, è spesso sterilizzata dai tempi delle procedure, legati alla situazione difficile della magistratura di sorveglianza, in particolare per quanto riguarda le cancellerie, sempre più deserte. Spesso, le persone detenute per pene brevi vengono scarcerate prima di una risposta”.

Una delle misure adottate da chi le è subentrato riguarda il circuito della media sicurezza, dove le celle sono tornate a chiudersi…

“La mia circolare sulla media sicurezza rispondeva a una filosofia opposta a quella di una indiscriminata chiusura. Significava scommettere sulla possibilità di ampliare le occasioni di trattamento, anche mobilitando risorse esterne, come il volontariato e il terzo settore. E una prospettiva tanto più attuale col sovraffollamento: occorrerebbe ampliare le sezioni a trattamento intensificato, scommettendo sulla responsabilità di chi è più affidabile”.

Intanto dilagano dipendenze e disagio mentale. Aumentano drammaticamente i suicidi. Che cosa andrebbe fatto, in concreto?

“Ferma l’esigenza di maggiore controllo per coloro che gravitano nell’orbita della criminalità organizzata, il carcere deve aprirsi e non chiudersi. La società civile e le istituzioni devono riappropriarsi degli spazi del carcere, garantendo l’assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica, troppo spesso negata e prendendosi cura, all’esterno, delle famiglie. Ci si suicida quando ci si sente invisibili. Occorre una rete di ascolto permanente. Ma il carcere, da solo, non può farlo”.