di Luigi Manconi
La Stampa, 23 settembre 2022
Piacerebbe, per amor di patria, poter ridimensionare gli orribili “fatti di Ivrea”, ma la cosa risulta assai ardua. E non solo perché, come hanno scritto Giuseppe Legato e Lodovico Poletto su questo giornale, le indagini della Procura suggeriscono che violenze e abusi sono avvenuti con “preoccupante regolarità”.
Il problema vero è che i presunti reati commessi in quel carcere rientrano in qualcosa di simile a una tendenza, se non a una prassi: se è vero come è vero che attualmente sono in corso almeno una ventina tra inchieste e processi che hanno per oggetto comportamenti illegali di appartenenti alla Polizia Penitenziaria. Intendiamo, con ciò, generalizzare e attribuire a un intero corpo le responsabilità personali di alcune decine di sciagurati? Assolutamente no.
Ma il fatto è che questa modesta percentuale statistica di persone indagate e, talvolta, già condannate per violenze su detenuti sembra ritrovarsi in un numero significativo di istituti penitenziari (San Gimignano, Viterbo, Monza, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi, Pavia, Santa Maria Capua Vetere e altri ancora).
E che tutte, senza eccezione, queste vicende giudiziarie evidenziano l’esistenza, all’interno di ciascun carcere, di una rete di connivenze e di complicità tali da costituire un vero “sistema omertoso”, che interviene per tutelare gli agenti coinvolti, intimidire i testimoni e le vittime, alterare e falsificare la relativa documentazione.
Non a caso, in molti istituti sono stati indagati sia il direttore che il comandante della Polizia Penitenziaria; e nella vicenda a tutt’oggi più atroce, quella di Santa Maria Capua Vetere, nella catena gerarchica chiamata a rispondere di quanto accaduto si trovano figure di vertice come il responsabile regionale di tutti gli istituti della Campania.
Attualmente, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Carlo Renoldi, è persona seria e sollecita dei diritti della popolazione detenuta, ma la macchina che dirige è torpida e vischiosa. Servirebbero delle scosse particolarmente intense e c’è da augurarsi che il prossimo ministro della Giustizia non arrivi a rappresentare un ostacolo rispetto alla necessaria politica di radicale rinnovamento. Anche perché la crisi del carcere è strutturale.
Nelle scorse settimane sono stati resi noti i dati relativi al numero dei suicidi in cella: la loro frequenza è undici volte maggiore di quella che si registra tra le persone non detenute. Ma c’è un dato ulteriore, per certi versi ancora più significativo: dal 2011 al 2022 si sono tolti la vita 78 poliziotti penitenziari, più di quanti sono stati i suicidi tra gli appartenenti agli altri corpi di polizia. Ora, basta aver sfogliato qualche fascicolo di un corso di psicologia a dispense per trarre alcune ragionevoli ipotesi.
Ovvero che il carcere sia, di per sé, già a partire dalla sua struttura fisico-materiale, una macchina immanente e opprimente, destinata a produrre patologie, depressione, psicosi: per i custodi e per i custoditi. Come stupirsi che quel sistema chiuso e quella istituzione totale possano generare violenza? E che, a parte i rarissimi casi di individui inclini al sadismo, quella violenza possa apparire come la via d’uscita, comunque impotente e “disperata”, da uno stato frustrante e, alla lettera, in-sensato?
È probabile che proprio così sia e che questo valga per i detenuti come per gli agenti: e che, per questi ultimi, l’esercizio della violenza, all’interno di una struttura fortemente gerarchizzata, sia una forma di affermazione di sé rispetto a una condizione lavorativa spesso molto pesante (turni assai lunghi e straordinari obbligatori), povera di soddisfazioni e soprattutto - cosa che troppo spesso si dimentica - pressoché interamente concentrata su quella singolare attività che vuole esseri umani imprigionare, custodire e controllare altri esseri umani. E manovrare chiavi e chiavistelli, sbarre e blindati, vigilare su cancelli e perquisire letti, indumenti, corpi.
Si aspetti dunque il processo per apprendere se gli indagati di Ivrea siano colpevoli o meno, ma non si dimentichi mai che il carcere quale è costituisce un sistema patogeno e criminogeno indirizzato come una insidia contro l’intera collettività.










