di Francesco Malfetano
La Stampa, 7 gennaio 2025
A breve il Parlamento deve votare i quattro giudici mancanti. Trattative serrate tra partiti. A destra Zanettin la spunta su Sisto. A sinistra probabile Luciani. Ma resta il nodo di una donna. La riunione dei capigruppo prevista per domani potrebbe tentare un’accelerazione. Almeno, è quello che spera la maggioranza: riuscire a breve a far sì che il Parlamento in seduta comune elegga i quattro giudici mancanti della Corte costituzionale. Anche se dall’opposizione sono scettici: siamo ancora indietro, ripetono, c’è accordo sul metodo, ma non ancora sui nomi.
Dopo il tentativo di blitz di Fratelli d’Italia a ottobre-il famoso “tutti in Aula” intimato via chat dalla premier Meloni e svelato dai giornali - le votazioni si sono succedute in un susseguirsi di schede bianche, per consentire di abbassare il quorum dai due terzi ai tre quinti del Parlamento. Intanto, le forze politiche hanno trovato un punto d’incontro su come dividersi i quattro posti vacanti: due alla maggioranza, uno all’opposizione, una quarta figura dovrà essere tecnica. Dal metodo ai nomi, però, passa tutta la fatica della trattativa.
A destra, sembrano aver ormai deciso. Giorgia Meloni è irremovibile sul nome di Fratelli d’Italia, lo stesso che cercò d’imporre nello sfortunato tentativo d’autunno: dovrà essere il suo consigliere giuridico, Francesco Saverio Marini, figlio dell’ex presidente della Consulta Annibale e considerato la mente giuridica dietro alla “madre di tutte le riforme”, cioè il premierato.
Il secondo nome spetta a Forza Italia, avendo la Lega già incassato il vicepresidente del Csm: dopo un ballottaggio anche aspro tra il viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto e il senatore Pierantonio Zanettin, l’avrebbe spuntata il secondo. Sisto partiva con un handicap non da poco: le sue dimissioni dal collegio parlamentare di Andria aprirebbero la strada a un’elezione suppletiva dove, teme la destra, potrebbe candidarsi Michele Emiliano, il presidente di Regione in scadenza tra pochi mesi che, causa terzo mandato, non può ripresentarsi. Né è durata molto l’ipotesi della ministra Maria Elisabetta Casellati, brevemente circolata per superare lo stallo tra i due contendenti e individuare anche un nome femminile: dopo Sangiuliano e Fitto, la premier non ci pensa nemmeno a sostituire un altro componente del governo. Però, il tema di una candidatura femminile è ben presente agli sherpa dei partiti.
Sanno che sarebbe inaccettabile un pacchetto tutto al maschile: nel Pd avevano provato a mettere sul tavolo il nome dell’ex ministra Anna Finocchiaro e da Avs quello della costituzionalista Roberta Calvano. Ma nessuna delle due sarà probabilmente il nome su cui far convergere tutti. La segretaria del Pd Elly Schlein ancora coltiva l’idea di proporre Andrea Pertici, inizialmente scartato perché troppo targato dem, visto che fa parte della Direzione nazionale: ma se Meloni può imporre il suo consigliere giuridico, il ragionamento, perché i dem non potrebbero avanzare il nome di un uomo a loro altrettanto vicino?
Il limite di Pertici, però, è che non tutta l’opposizione convergerebbe sul suo nome: ad esempio difficile che Italia viva possa votare l’uomo che è stato avvocato della procura di Firenze nel conflitto di attribuzione tra Senato e pm nell’ambito dell’inchiesta Open. Né sembra avere molte più chance Michele Ainis, che piacerebbe al Movimento cinque stelle. Il nome che circola con più insistenza, e che sembra raccogliere più consensi, è al momento quello di Massimo Luciani.
A questo punto, il quarto profilo, quello tecnico, dovrà essere quello di una donna, ancora da individuare, mentre viene escluso quello, che pure era girato, di Sandro Staiano. Con il rientro dalle ferie, si intensificheranno i colloqui tra partiti per cercare di arrivare a chiudere l’accordo.
Nel frattempo, è probabile che la settimana prossima, lunedì 13, la Corte dovrà riunirsi a ranghi ridotti (11 giudici su 15) per decidere l’ammissibilità del referendum sull’Autonomia differenziata. Meglio così, valutano dalla maggioranza: in fondo, meglio lasciare una decisione così delicata alla composizione già nota. Immettere nomi nuovi può sempre voler dire un rischio.










