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di Francesco Rigatelli

La Stampa, 18 novembre 2024

Il criminologo Premio Balzan: “Non esistono soluzioni miracolose, la democrazia incoraggia gli individui”. Il criminologo John Braithwaite, 72 anni, docente all’Australian natonal university di Canberra ed esperto di giustizia riparativa, riceverà giovedì al Quirinale a Roma uno dei quattro Premi Balzan da 700mila euro l’uno, da investire in progetti con giovani ricercatori.

Cosa le ha insegnato la criminologia in tutti questi anni?

“Non esiste una soluzione miracolosa per prevenire la criminalità. Se vogliamo una società onesta c’è una lunga lista di cose che dobbiamo fare meglio: un’istruzione di qualità, un mondo del lavoro inclusivo, un’assistenza sanitaria adeguata, compreso l’aiuto alle tossicodipendenze, e molto altro”.

E cosa ha capito della natura umana attraverso la criminologia?

“Abbiamo tutti un sé irresponsabile e indifferente, e un sé consapevole e premuroso. Una buona democrazia incoraggia gli individui a dare il meglio”.

Ma l’essere umano di natura è buono oppure l’occasione lo rende ladro o violento?

“Credo ci sia del vero in entrambe le affermazioni, ma si ottengono risultati migliori trattando gli altri come persone essenzialmente buone, anche se a volte commettono un terribile errore”.

È possibile prevenire crimini e conflitti?

“La criminologia moderna se ne occupa molto, ad esempio suggerendo come ridurre le occasioni di criminalità o come rendere gli obiettivi più sicuri: complicare ai ladri il rubare una macchina o rapinare una banca è semplice ed efficace”.

Con le carceri sovraffollate è ancora possibile credere alla funzione rieducativa della pena?

“Non penso che le carceri possano essere abolite del tutto, ma il 90% dei prigionieri potrebbe essere collocato altrove, in luoghi dove le opportunità di riscatto siano maggiori”.

Perché in alcuni stati esiste ancora la pena di morte?

“I politici preferiscono il populismo alla scienza dei dati. Statisticamente la pena di morte non riduce i crimini e quando vengono commessi errori di giudizio non c’è modo di riparare il danno subito da una persona giustiziata”.

Come si può affrontare il problema che i poveri, in particolare immigrati, commettono più crimini peggiorando la loro reputazione sociale?

“Lavorando a una società che riesca a ridurre povertà ed emarginazione”.

Negli ultimi conflitti in Ucraina e Israele abbiamo assistito a crimini terribili da entrambe le parti, come vanno considerati?

“In entrambi i casi la priorità immediata per imparare dagli insensati fallimenti di tutte le parti nel prevenire la guerra è un cessate il fuoco con un processo di pace in cui ciascuno ascolti le lamentele dell’altro. Per il conflitto tra Israele e Palestina bisogna provare un’ultima volta la soluzione del processo di pace a due stati e, se fallisse, a uno stato unico”.

La sua specializzazione è la giustizia riparativa, di cosa si tratta e come si applica in questi casi?

“Si tratta di un processo in cui le parti interessate in un crimine o in un conflitto possono sedersi in cerchio per discutere chi è stato danneggiato e come riparare soddisfacendo le esigenze di tutti. Questo principio è applicabile al miglioramento dell’istruzione, delle famiglie, della protezione dei bambini, delle conseguenze della criminalità e della guerra”.

E nel caso disperato del rapporto tra israeliani e palestinesi vede una vera via d’uscita?

“Molto difficile, non impossibile”.

La giustizia riparativa si applica anche al cambiamento climatico?

“Se si verifica un crimine climatico si può invitare l’azienda coinvolta a fare un’offerta ai danneggiati, a lavorare per prevenire futuri danni e magari a piantare degli alberi come compensazione”.

Lei ha scritto, tra gli altri, un libro sulle regole del capitalismo. Oggi in molti pensano a modelli economici più collaborativi, che ne pensa?

“Il capitalismo ha vizi e virtù. Forse servirebbe un ibrido tra di esso, un welfare state aggiornato e una grande dose di società civile, famiglie e luoghi di lavoro premurosi ed educativi”.

In generale, il diritto sta vivendo un momento di crisi come molte istituzioni?

“Un momento di critica, forse più che di crisi. Non vedo una difficoltà delle istituzioni giuridiche maggiore di quella della generazione dei nostri genitori o nonni. Tutti credono che il tempo dei propri figli sia più fuori controllo del loro, ma di solito è una convinzione sbagliata”.

Come considera la presidenza Trump a questo proposito?

“Un cattivo esempio di scarsa aderenza allo stato di diritto per i giovani”.

Lei ha studiato molto anche la situazione cinese, vede qualche segnale diverso a Oriente?

“In Cina regna un crescente autoritarismo, ma il sistema industriale sta funzionando meglio di quello occidentale nello sviluppo di tecnologie verdi”.

Che ruolo potrebbe svolgere l’Onu nel limitare i conflitti?

“Il mantenimento della pace da parte dell’Onu è spesso inefficace o controproducente, ma statisticamente riduce la durata e l’inizio delle guerre. Lo stesso vale per i processi sponsorizzati dall’Onu che portano a un accordo pacifico. Detto questo, si tratta di un’organizzazione che va molto criticata e riformata, ad esempio nel Consiglio di sicurezza e nel modo in cui le grandi potenze abusano del potere di veto”.

Per quali ricerche utilizzerà i fondi straordinari del Premio Balzan?

“Sosterrò giovani studiosi in venti paesi africani per lavorare sulla giustizia riparativa e sulla costruzione della pace. Ora per esempio in Etiopia sto costruendo dei gruppi riparativi delle tradizioni indigene per prevenire il ripetersi di guerre come quella avvenuta nella regione del Tigrè nel 2020-’22”.