di Federico Varese
La Stampa, 30 ottobre 2025
La chiave per comprendere gli avvenimenti di Rio de Janeiro è duplice. La criminalità organizzata controlla in modo capillare vaste aree della città e del Paese, mentre la politica-divisa tra livello statele e federale--si affida ad operazioni brutali ma di facciata, simili a quelle di Donald Trump. Partiamo dal controllo del territorio. In questo momento a Rio sono attivi tre grandi gruppi in conflitto tra loro: il Comando Vermelho (CV, oggetto dell’operazione di ieri), il più numeroso e influente; il Terceiro Comando Puro (TCP); e le milizie, formate da ex agenti di polizia e paramilitari. Questi tre attori si contendono il dominio territoriale, impongono il pizzo e influenzano il sistema politico e l’economia, controllando la vita quotidiana come l’accesso all’elettricità, al gas, all’acqua, ai trasporti.
Negli ultimi quindici anni, lo Stato di Rio de Janeiro (che è responsabile per la sicurezza ed è oggi guidato dal conservatore Cláudio Castro, vicino ai gruppi evangelici e a Bolsonaro) ha in buona misura tollerato l’attività delle milizie. Esse servivano a limitare l’espansione del Comando Vermelho- l’organizzazione fondata alla fine degli anni ‘70 nella prigione di Ilha Grande e che, almeno agli albori, condivideva con i gruppi marxisti un’ideologia di resistenza alla dittatura militare. Circa cinque anni fa, scoppiò uno scontro interno alle milizie che portò all’uccisione di diversi esponenti di spicco. Quella crisi interna provocò la frammentazione dei miliziani e permise al Comando Vermelho di recuperare terreno.
Da quel momento, lo Stato ha intensificato l’uso della forza per tentare di fermare l’espansione del Comando Vermelho. L’ultima operazione significativa aveva causato, nel 2021, 28 morti a Jacarezinho. Ma l’azione di ieri è la più letale mai registrata: più di cento persone uccise, fra cui quattro poliziotti, nelle favelas del Complexo do Alemão e del Complexo da Penha.
Questa escalation impone una domanda: tali operazioni servono a ridurre il crimine o - come sostengono diversi studiosi brasiliani, tra cui Daniel Hirata, professore di sociologia all’Universidade Federal Fluminense e interpellato da La Stampa - risultano controproducenti? Senza dubbio esse non intaccano il traffico internazionale di droga, che è in gran parte gestito da un quarto attore molto potente, il PCC (Primeiro Comando da Capital), basato a San Paolo e che ha solidi legami con l’`ndrangheta.
La guerriglia urbana promossa dallo Stato produce terrore nei quartieri: le scuole chiudono, gli autobus si fermano, le famiglie si nascondono in casa, molti innocenti vengono uccisi. L’Istituto Marielle Franco - fondato in memoria dell’attivista e figura politica uccisa dalle milizie nel 2018 - ha definito quanto accaduto “una politica di sterminio”. Sono operazioni-spettacolo, con effetti devastanti ma effimeri, che non scalfiscono il legame tra gruppi criminali e popolazione. Servono soltanto a logorare la già fragile fiducia dei cittadini nelle istituzioni e ad alimentare la percezione che la repressione sia vendetta, non giustizia.
Il sospetto è che l’azione abbia anche finalità politiche e di facciata: essa arriva a pochi giorni da importanti eventi internazionali a Rio - fra cui il vertice dei sindaci C40 e il premio Earthshot, preludio alla COP30. Non a caso, il governatore Castro ha criticato il governo federale di Lula da Silva sostenendo che dovrebbe fare di più contro la criminalità, ricevendo una replica stizzita dall’amministrazione, che ha ricordato la recente offensiva contro il riciclaggio di denaro.
Oggi assistiamo, in tutto il mondo, a una militarizzazione sempre più estrema della lotta alla criminalità organizzata: dai politici di Rio a Donald Trump, che schiera la flotta di fronte alle coste del Venezuela. Nel frattempo, chi vive in quei luoghi continua a essere vittima di una doppia violenza - quella criminale e quella statale. Le soluzioni di lungo periodo, ancora una volta, si dissolvono dietro la retorica della forza.











