di Giacomo Talignani
La Repubblica, 15 novembre 2025
A Belém prevista una gigantesca manifestazione per la città. Sale la tensione sul tema sicurezza, l’esercito all’interno della Cop. Intanto, a rilento, proseguono i negoziati. La risposta all’inazione si chiama Marcha Global Unificada por la Justicia climatica. Oggi, 15 novembre, per le strade di Belém in Brasile, dove è in corso la Cop30, un fiume di persone di ogni provenienza e colore marcerà per la città per chiedere più giustizia climatica, la fine immediata dei combustibili fossili, maggiore partecipazione e più diritti per i popoli indigeni nella gestione delle terre. Ci saranno contadini, pescatori, famiglie, agricoltori, centinaia di rappresentanti dei popoli indigeni dell’Amazzonia, ma anche i vari movimenti globali per il clima, come i giovani di Fridays For Future. Sarà una gigantesca onda, si spera una festa, che punta ad attirare l’attenzione del mondo sui negoziati che, mai come prima, quest’anno a Belém dovranno fornire risultati concreti. E sarà anche la prima volta, dopo tre anni di Cop in petrol-stati, dove la società civile tornerà a farsi sentire in maniera così massiccia. In parte, il grido d’aiuto della società - come quello di popoli indigeni e attivisti - ha già sconvolto il grande vertice sul clima del Brasile.
Martedì 11 le immagini dell’improvvisa irruzione di un gruppo di attivisti all’interno della Zona Blu, con scontri con le guardie Onu, hanno fatto il giro del mondo. È stato il primo segnale di mobilitazione da parte della società civile decisa a non restare in silenzio davanti all’inazione. Mentre i negoziati vanno a rilento, con molti blocchi sulla questione fossile per esempio (anche se Paesi come la Colombia stanno guidando i processi paralleli per un cammino concreto di allentamento da petrolio gas e carbone), le persone fuori dalla Cop30 continuano a manifestare. Dopo la flottila indigena, l’evento che ha visto riunire quasi 6000 persone provenienti a bordo di barche da tutta l’Amazzonia, venerdì mattina c’è stato una nuova manifestazione, pacifica, in cui una cinquantina di indigeni dei Munduruku, popolazione del bacino amazzonico, ha bloccato l’ingresso della Cop nella Zona Blu. Ore di stallo finché i manifestanti, che volevano incontrare Lula per denunciare l’invasione e la distruzione delle loro terre, sono stati ricevuti dal presidente della Cop30 André Corrêa do Lago.
Con quest’ennesima manifestazione, unita alle preoccupazioni dell’Onu che si è lamentato con il Brasile sull’organizzazione in termini di sicurezza, logistica e perfino per bagni senza acqua e pioggia fra i padiglioni, la tensione è decisamente salita a Belém. A tal punto che l’esterno (e parte dell’interno) della Cop30 si è trasformato in un’area carica di poliziotti in tenuta antisommossa, veicoli militari, soldati. C’è però anche la sensazione che la pressione della società civile, qui a Belem, possa spingere i negoziati ad accelerare nella ricerca di una riuscita della Conferenza: dalla prossima settimana si entra nel vivo e già ora l’Unfccc ha fatto sapere che gli orari di chiusura dei padiglioni si sono stati spostati un po’ in avanti, in modo da permettere serrate consultazioni anche di notte.
Attualmente i quattro punti chiave su cui si discute sono la finanza e l’interpretazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi (che richiede ai paesi sviluppati di fornire finanziamenti climatici a quelli più poveri), ma anche le “misure commerciali unilaterali”, la trasparenza e gli NDC, i piani climatici nazionali. Parallelamente proseguono però anche le trattative decisive, quelle se inserire o meno nel documento finale una dichiarazione relativa ai combustibili fossili.










