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di Alice Facchini


redattoresociale.it, 5 febbraio 2020

 

Le comunità brasiliane dell'Apac propongono un modello alternativo basato sull'educazione e la responsabilizzazione: il tasso di recidiva è calato dal 70 al 15 per cento, mentre i costi sono più che dimezzati. Grossi: "È la pedagogia della presenza, che dimostra che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali alternative, il cambiamento è possibile".

Niente polizia né guardie armate, detenuti che si muovono liberamente e che in alcuni casi hanno addirittura le chiavi della struttura. Sembra quasi un'utopia, invece si tratta delle comunità dell'Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati), l'organizzazione senza scopo di lucro di stampo cattolico-evangelico che in Brasile propone un modello alternativo di carcere, basato sull'educazione e sulla responsabilizzazione personale. Nel Paese sono 53 i centri di reintegrazione sociale di questo tipo: il primo è stato aperto nel 1972 a São José dos Campos, poi il modello si è diffuso in tutto il Brasile. Oggi sono più di 3.500 i detenuti che sperimentano questo tipo di carcere: nonostante il governo conservatore di Bolsonaro sia stato eletto con l'obiettivo di inasprire le politiche di sicurezza, il sistema dell'Apac per il momento continua a ricevere sovvenzioni.

"In tutto il mondo, uno dei grandi problemi nelle carceri è la mancanza di lavoro e di attività educative - spiega Sergio Grossi, dottore in Scienze pedagogiche all'Università di Padova, che ha svolto la sua tesi di dottorato sulle Apac -. In queste comunità invece la prospettiva viene completamente ribaltata: i detenuti vanno a scuola almeno fino alle superiori ed è garantita la formazione professionale con attività pratiche. All'interno delle comunità ci sono orti, allevamento di bestiame, ma anche laboratori manuali come falegnameria, carpenteria, panetteria... Alcuni studiano all'università. Una volta terminati gli studi, i detenuti cominciano poi a lavorare. A volte sono loro stessi ad insegnare un mestiere agli altri, creando così uno scambio di conoscenze che responsabilizza le persone".

Questo sistema abbatte in maniera consistente la recidiva: i dati ufficiali parlano di un tasso del 15 per cento contro la media brasiliana del 70 per cento. E anche i costi sono più che dimezzati, passando da una spesa di 2.700 reais al mese per ogni prigioniero (pari a circa 575 euro) delle carceri tradizionali nella regione del Minas Gerais, a un costo di soli 1.050 reais (220 euro). All'interno di queste strutture esistono tre tipi di regime: il regime chiuso; il regime semiaperto, con i detenuti che escono solo in casi particolari; e il regime aperto, con la possibilità di lavorare all'esterno e tornare la sera.

Per entrare nelle Apac non servono requisiti particolari, se non la volontà di cambiare vita, iniziare a studiare o lavorare e coltivare la propria spiritualità. Seguendo il motto "Qui entra l'uomo, il reato resta fuori", in queste comunità vengono accettati anche detenuti che in carcere avevano una pessima disciplina. "L'idea di base delle Apac è che il carcere sia un ambiente violento, che a sua volta genera violenza - afferma Grossi.

Quando arrivano qui, i detenuti sono molto rispettati e sono grati di essere usciti dai penitenziari statali, dove le condizioni sono terribili: le celle sono sovraffollate, c'è poco cibo e scarsa assistenza sanitaria, con frequenti epidemie di tubercolosi, e poi ci sono continui conflitti con la polizia e con gli altri detenuti, denunce di torture, infiltrazioni di organizzazioni criminali e grande utilizzo di droga e psicofarmaci per sopportare le dure condizioni. Non si tratta di un fenomeno circoscritto: sono più di 720 mila le persone incarcerate in tutto il Brasile, attualmente la terza popolazione carceraria mondiale".

Nel mondo, oltre 20 Paesi hanno sperimentato almeno parzialmente il modello di carcere alternativo dell'Apac, dal Sud America all'Asia, fino anche in Europa, e in particolare in Germania, Olanda e Italia. Nella provincia di Rimini, la Cec - Comunità educante con carcerati è stata portata avanti dalla Papa Giovanni XXIII per la rieducazione dei detenuti in strutture dislocate sul territorio. Dalla Romagna le Cec si sono diffuse anche nelle province di Cuneo, Massa Carrara e Lecce. "La differenza tra l'Italia e il Brasile è che, mentre nel nostro Paese possono accedervi solo persone che hanno commesso reati minori, in Brasile invece ci sono anche persone che hanno commesso crimini gravi, come assassini, stupratori seriali o affiliati a organizzazioni criminali. La cosa incredibile è che, pur essendo inseriti in un contesto di bassa sicurezza, dove evadere è facilissimo, comunque non scappano".

Emblematica è la storia di Pedro (il nome è di fantasia), condannato in Brasile per reati gravi e spostato più volte da istituto a istituto perché continuava a delinquere anche all'interno del carcere. Pedro racconta che, quando gli è stato proposto di trasferirsi in una comunità dell'Apac, ha accettato pensando che sarebbe stato facilissimo scappare, visto che era già riuscito a evadere anche da carceri di massima sicurezza.

"Arrivato nell'Apac si è sentito accolto, e così ha deciso di aspettare una settimana prima di scappare - racconta Grossi, che ha conosciuto Pedro in uno degli incontri nelle comunità -. Poi ha capito che non stava male, veniva trattato con dignità, e ha posticipato nuovamente la fuga. A forza di aspettare ha finito per rimanere. È quella che viene chiamata la 'pedagogia della presenza', che dimostra nei fatti che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali possibilità di intraprendere una vita diversa, il cambiamento è possibile".