di Jennifer Riboli
bresciatoday.it, 11 dicembre 2024
Nella relazione della Garante dei diritti dei detenuti la drammatica fotografia dei due istituti penitenziari bresciani. “Quattro brande, un tavolo, un bagno e quattro persone sventurate”. I detenuti di Canton Mombello lo ripetono ancora e ancora, in un coro scomposto che diventa un angosciante mantra. Il mondo, in carcere, si riduce a questo: tre metri quadri di cella, da vivere in quattro, quando non in sei. Nel giorno del rilascio della relazione 2024 della Garante delle persone private della libertà personale, alcuni dei reclusi nel carcere Nerio Fischione hanno usato il teatro per raccontare alla Commissione Servizi alla Persona del Comune, riunita in Spalto San Marco per l’occasione, come si vive in un luogo che vede un tasso di sovraffollamento del 207%.
I dati 2024: un altro anno di sovraffollamento - I numeri snocciolati dalla Garante Luisa Ravagnani tracciano i contorni della drammatica situazione raccontata con trasporto dall’opera teatrale. Li sciorina con una velocità che trasuda amarezza: “I dati sono abbastanza noti, non ci stupiscono, non sono molto cambiati negli ultimi anni”. I detenuti del Nerio Fischione, progettato in effetti, erano 371 nel 2023, 367 a fine ottobre 2024: non un grande cambiamento, per una struttura progettata per ospitare 182 persone. Calano, nel conteggio, gli stranieri, che passano dal 46,8% al 43,2% - variazione, però, in linea con il trend che vede aumentare il numero di stranieri che ottengono la cittadinanza italiana.
A Verziano le cose vanno leggermente meglio, ma anche in questo caso la consolazione è magra: lo scorso ottobre sono stati conteggiati 114 detenuti (a fronte di 71 posti disponibili in struttura) contro i 116 del 2023, portando il tasso di sovraffollamento al 160%: comunque più persone di quante il carcere potrebbe gestire, comunque sopra la media nazionale, che vede un tasso del 121% Qui si alza invece la percentuale di stranieri presenti, che passa dal 31% al 37,7%, mentre rimane invariata la presenza di donne (32%). Numeri che, calati nella realtà, si traducono in celle di giorno ancora chiuse, difficoltà ad accedere alle attività trattamentali e rieducative, alle cure mediche, ai colloqui; nell’abbandono anche in presenza di disturbi psichiatrici (“è capitato che qualche compagno di cella provasse a uccidermi nel sonno”); nello scarso accesso ai colloqui e alle telefonate, che alienano i detenuti dalla famiglia e dai figli (“papà resisti, noi ci siamo”, recita la lettera scritta da una ragazzina al padre detenuto letta durante la piece); nella disperazione che diventa insopportabile al punto da cercare di togliersi la vita.
Strutture inadeguate, carenza di personale e il miraggio delle misure alternative - La narrazione messa in scena sotto la guida di Giuseppina Turla ha trovato la risposta commossa della sindaca Castelletti, presente alla rappresentazione. “Ascoltare la città è un dovere del sindaco e dei consiglieri - ha detto - e in tanti pensiamo che il carcere sia un luogo della città, cui prestare ascolto”. La prima cittadina ha lasciato la sala con la promessa di “portare a casa, e perciò in Loggia, l’esperienza”; ma lo sforzo congiunto del comune e del terzo settore, accanto a Garante e direzione penitenziaria faticano a dare risposta a una situazione che si protrae ormai da anni: l’impegno profuso ha condotto a piccole migliorie - la semplificazione dei rapporti con l’anagrafe, l’installazione di alcune lavatrici e asciugatrici e di televisori nuovi - migliora di poco la qualità della vita di un luogo vetusto e pensato per metà della sua popolazione attuale. D’altra parte, un progetto in grado di condurre a una chiusura di questa struttura profondamente inadeguata sembra ancora lontano: rispetto al “piano carceri” in cui si era parlato anche di un ampliamento del carcere di Verziano, la Loggia registra il perdurante silenzio del Ministero, mentre Canton Mombello dovrebbe essere interessato, nel 2025, da un lavoro di riqualificazione, ma la sua chiusura non è al momento in programma.
Al contempo, gli strumenti che pure sarebbero a disposizione per tamponare la situazione restano sottoutilizzati: la misura della liberazione anticipata per semestre di buona condotta trova lunghe attese dovute alla carenza di personale nei tribunali di sorveglianza; l’esecuzione penale esterna lettera morta per la maggioranza dei detenuti - in particolare per gli stranieri, che rappresentano appena il 20% delle misure alternative in esecuzione - e le lungaggini burocratiche rendono difficilissimo trovare un impiego esterno.
Senza contare poi le difficoltà che riguardano l’aspetto dell’abitare: i posti messi a disposizione oggi dalla rete di housing sociale bresciana - una quarantina - non sono sufficienti a coprire il fabbisogno dei detenuti e trovare un alloggio idoneo allo svolgimento delle misure alternative resta complesso. “Serve cooperazione”, è la richiesta lanciata dai detenuti sul palco e ripresa poi dalla Garante. Più il territorio offre opportunità, più strade si aprono perché chi è recluso acceda a quei percorsi di rieducazione che dovrebbero dare senso ultimo alla pena e garantire il reinserimento nella società, oggi negati dall’asfissiante realtà di una vita chiusa in tre metri quadri.









