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di Mara Rodella


Corriere della Sera, 30 luglio 2021

 

In serata, Luisa Ravagnani, garante dei detenuti, esce da Canton Mombello dopo un "gruppo" di lavoro dedicato ai diritti umani. Quelli altrui, del mondo "fuori". "E mi sono chiesta: adesso cosa dico loro? Cosa racconto?". Non serviva certo un bollettino, ma anche lei ha letto il rapporto dei primi 6 mesi 2021 stilato dall'associazione Antigone, intitolato "A partire da Santa Maria Capua Vetere, numeri, storie, proposte per un nuovo sistema penitenziario".

E ci risiamo, di nuovo: il carcere di Brescia è tra i cinque penitenziari peggiori d'Italia, con un sovraffollamento che sfiora il 200%: 378 detenuti (al 30 giugno, una ventina nel frattempo è stata trasferita) a fronte di 189 posti. Insieme a Brescia, fra le strutture che superano il 150%, troviamo Bergamo (529 detenuti, 168%), Brindisi (194 detenuti, 170,2%), Crotone (148 detenuti, 168,2%). In tutto, a livello nazionale, si contano 53.637 detenuti, di cui 17.019 stranieri (il 32,4%). Percentuale, questa, che a Canton Mombello pesa ulteriormente.

E se la promiscuità moltiplica la tensione, dice Carlo Alberto Romano - docente di criminologia alla Statale di Brescia - la soluzione passa da due strade: "Da un lato diminuire le custodie cautelari, siamo al 30% in Italia e a Brescia la percentuale sale vista l'incidenza di stranieri, dall'altro aumentare le esecuzioni penali esterne. Gli strumenti ci sono, manca il coraggio di applicarli". E in un sistema carcere "che fra gestione dei trasferimenti e pandemia non mi pare abbia una visione così progressista: stiamo tornando indietro, ed è grave". Alla base del problema, per Romano, c'è "il profondo scollamento fra teoria e pratica: ci riempiamo tanto la bocca di rispetto dei diritti umani, ma la quotidianità è ben diversa". Certo è - dice - "non si possa continuare a usare il carcere in questo modo: è il luogo del non-senso". Lo ribadisce da anni: "Credo sia una realtà che va rivista, che non serve così come è strutturata, se non in regime di 41 bis". La quotidianità, in cella, "è la sintesi di una serie di incongruenze rispetto ai principi costituzionali: poi arriva l'Europa che ci bacchetta e per un po' righiamo dritto. Ma non è sufficiente".

No, non lo è. Ravagnani avrebbe dovuto parlare del mondo fuori, gli incontri non sono finalizzati alle lamentele. Ma dentro, la realtà è fatta "di trasferimenti condotti senza criterio, per esempio - ribadisce anche lei - chi li chiede li vede negati, chi vuole restare viene spedito dall'altra parte della regione lontano da una famiglia ormai radicata e in barba alla territorializzazione della pena". Ne parleranno tra loro, i garanti, nei prossimi giorni.

"Il problema del sovraffollamento è serio", ma per Ravagnani "manca la base: gli educatori, per cominciare. A mio modo di vedere, per rendere attuabile il dettato costituzionale, ne servirebbe uno ogni 10 detenuti, in Europa la media si aggira sui 35". A Canton Mombello "ne hanno tre effettivi, più due agenti di rete. Ma "servono anche psicologi, psichiatri, comunità e operatori per attuare le misure alternative".

In sintesi, "è un problema di approccio: l'educatore non è nelle condizioni di fare un trattamento, che non può ridursi a un colloquio sporadico, ma deve tradursi in un percorso rieducativo vero. Bisogna investirci risorse, senza nascondersi solo dietro al sovraffollamento, ma a nessuno importa: a livello centrale non c'è l'interesse che funzioni, basta far finta di gestire le cose".