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bresciatoday.it, 29 settembre 2025

A Brescia il tema del carcere è una ferita che non si rimargina mai. Da anni detiene il triste primato del carcere più sovraffollato d’Italia. Al 31 agosto 2024 i detenuti erano 374, a fronte di una capienza regolamentare di appena 182 posti, con un tasso di riempimento che sfiorava il 205%. Alla fine dell’anno la percentuale è salita ancora, toccando il 213%. Numeri che da soli descrivono una condizione insostenibile, cui neppure la seconda struttura cittadina, quella di Verziano, sfugge: 122 presenze per 71 posti, pari a circa il 170% della capienza. Dietro le statistiche ci sono storie quotidiane di promiscuità forzata, spazi insufficienti, diritti compressi. È questa la realtà con cui si è trovata a fare i conti la nuova garante dei detenuti, Arianna Carminati, al suo ingresso nell’istituto.

La denuncia della garante: ‘Una condizione disumana” - L’occasione per riaprire il capitolo è arrivata venerdì, durante la prima audizione di Carminati in Commissione Servizi alla Persona a Brescia. “Ho potuto toccare con mano - ha raccontato - come questa condizione rischi di trasformare la pena in un’esperienza di pura sofferenza, disumana e degradante, ai limiti della tortura”.

Parole dure, ma che la Garante rivendica di aver scelto con cura e cognizione a fronte della realtà del carcere: celle nate per due persone che ne accolgono quattro, costrette a restare al loro interno per 22 ore al giorno. I materassi sono logori, i mobili scrostati, i servizi igienici inadeguati. Dal 2022 è stato ripristinato il regime chiuso, che ha cancellato la cosiddetta “sorveglianza dinamica” e ridotto ulteriormente gli spazi di socialità. L’idea stessa di pena come percorso rieducativo sembra sparire, sostituita da un modello meramente afflittivo. 

Le richieste dei detenuti - Le criticità non si fermano agli aspetti materiali. Ottenere una dieta speciale - ad esempio per i celiaci - diventa un percorso a ostacoli se manca la certificazione. Recuperare un permesso di soggiorno è un’odissea, poiché richiederebbe di recarsi di persona in Questura. I tempi per una visita medica sono lunghissimi e, a differenza dei cittadini liberi, i detenuti non hanno possibilità di ricorrere a prestazioni private a pagamento. La mancanza di personale è cronica: il SERT, che dovrebbe occuparsi delle tossicodipendenze, è gravemente sottodimensionato. Inoltre la struttura non è in grado di rilasciare certificazioni psichiatriche, necessarie a garantire la tutela dei detenuti con questo tipo di problematiche e di quelli che con loro vivono. “La prima esigenza dei detenuti che ho incontrato è di avere certezze in merito ai propri doveri, ma anche ai diritti”, ha spiegato Carminati. La realtà del carcere è, da questo punto di vista, molto sfumata: oggi non c’è neppure un regolamento interno d’istituto. “Le richieste che mi portano sono semplici: ascolto, l’accesso a una dieta specifica per problemi di salute, a una visita medica”. Non ascoltarle equivale ad avallare l’idea che non valga la pena di vivere nella legalità. 

Giovani e stranieri, le popolazioni più vulnerabili - A pagare il prezzo più alto di questo sistema sono i detenuti più fragili. I giovani, che rischiano di uscire dal carcere più fragili e segnati di quando sono entrati, spesso a contatto con figure criminali più esperte. E gli stranieri, che a Brescia rappresentano quasi la metà della popolazione detenuta. A Brescia la componente straniera rappresenta una quota rilevante del totale dei detenuti: molti non hanno un permesso di soggiorno valido. “Paradossalmente, possono lavorare durante la detenzione - ha ricordato Carminati - ma al termine ritornano in clandestinità”, privi di strumenti per regolarizzare la propria posizione. 

La garante ha auspicato l’apertura di un tavolo di confronto con Prefettura e Questura, sottolineando che “il parere della Questura sulla pericolosità sociale pesa in maniera decisiva sul rilascio o sul rinnovo dei permessi di soggiorno”. Sulla questione è intervenuto anche l’assessore Fenaroli, ricordando che “in Italia ci sono circa 500.000 persone senza un titolo di soggiorno valido” e che “molte di queste lavorano, contribuiscono, ma restano invisibili”.

Il grido d’aiuto dell’UEPE - Tra i nodi più urgenti segnalati da Carminati c’è quello dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe), chiamato a seguire i detenuti che accedono a misure alternative o percorsi di reinserimento. A Brescia l’ufficio dispone di appena 30 operatori, a fronte di circa 4.000 persone in carico e oltre 6.000 incontrate durante l’anno. Numeri che rendono evidente la sproporzione tra bisogni e risorse. “L’UEPE ha bisogno di sostegno”, ha avvertito la garante. “Il Comune può giocare un ruolo mettendo a disposizione operatori che affianchino il lavoro psicologico e di risocializzazione, che oggi resta scoperto. E sarebbe fondamentale attivare anche mediatori linguistico-culturali, anche solo con una presenza limitata, una volta a settimana o ogni due”. Un invito chiaro all’amministrazione, affinché si faccia parte attiva nel colmare almeno in parte il divario che rischia di svuotare di senso la stessa funzione dell’UEPE: quella di evitare che il carcere sia l’unico orizzonte possibile.

Fenaroli: “Procediamo per piccoli passi” - Nella discussione è intervenuto anche l’assessore ai Servizi sociali Marco Fenaroli, che ha provato a tracciare una visione di lungo periodo. “Siamo di fronte a una questione complessa, che non si risolve con un singolo intervento”, ha detto. “Come amministrazione possiamo dare un contributo, ma dobbiamo muoverci per gradi, con piccoli passi concreti e sostenibili”. Per esempio occuparsi dei materassi, come già accaduto con le lavatrici, arrivate in carcere a seguito di due anni di lavoro. 

Oppure, aumentare la rete degli alloggi a disposizione per il fine pena, oggi appena una decina. Il tema della casa, assieme al lavoro, rappresenta per i detenuti in uscita un tassello cruciale per il reinserimento: “Il numero crescente di persone che escono richiede soluzioni abitative, e sappiamo che il mercato non aiuta. Possiamo iniziare a fare qualche passo, raddoppiando gli alloggi disponibili tramite le associazioni, senza aspettare soluzioni straordinarie”. Su tutto, resta la consapevolezza delle dimensioni della questione, che va ben oltre la competenza comunale. “Non possiamo affrontare queste sfide da soli”, ha ricordato l’assessore. “È importante coinvolgere l’Associazione dei Comuni Bresciani e la Provincia, perché le persone in carico ai servizi sociali non sono tutte di Brescia città. Solo confrontandoci su scala più ampia possiamo dare risposte concrete”.