di Manuel Colosio
Corriere della Sera, 19 luglio 2024
Esasperati e delusi, ma comunque alla ricerca di dialogo. Sono i detenuti del più sovraffollato carcere d’Italia, il Nerio Fischione di Brescia, protagonisti del “Mandela Day” che si è tenuto anche qui, come accade ogni 18 luglio in tutto il mondo. La giornata a sostegno di quelle che sono conosciute come le “Nelson Mandela Rules”, le norme che fissano gli standard minimi di tutela in materia di trattamento penitenziario dei detenuti fatte proprie dalle Nazioni Unite nel 2015, ha avuto due momenti distinti: alle 18.30 all’esterno dell’invivibile carcere cittadino e di Verziano decine di persone hanno letto gli scritti dei reclusi e con cartelloni appesi ai loro corpi hanno chiesto che quelle buone pratiche, attualmente lontane dall’essere rispettate, possano diventare la prassi anche in Italia e Brescia ed invertire la rotta che ha provocato in Italia un record di suicidi: 56 dall’inizio dell’anno.
Questa drammatica situazione necessita di risposte urgenti, soprattutto per ridurre il cronico sovraffollamento nel quale versano gli istituti di pena. Non c’è più tempo da perdere, anche perché dentro le mura del carcere la situazione, oltre che drammatica, comincia a farsi difficile anche sul fronte della convivenza tra chi ha intrapreso una via di dialogo con le istituzioni e chi crede che, alla luce delle risposte che non arrivano, sia necessario dare un segnale più incisivo. Lo si legge tra le righe di uno degli scritti ripresi anche ieri durante l’iniziativa firmato dai detenuti del “Mir” (acronimo di “manifestiamo insieme responsabilmente”) che ammettono come “non tutti i detenuti, anche qui a Brescia, sono d’accordo con la strada che noi abbiamo scelto. Alcuni vorrebbero adottare strategie diverse, anche eclatanti. Noi, per quel che possiamo, ci impegniamo quotidianamente per promuovere il dialogo con le Istituzioni e la richiesta pacifica di risposte urgenti”.
I detenuti protagonisti di questa lettera, inviata anche a Mattarella e Meloni, ricordano come la loro scelta dialogante non stia dando i frutti sperati. “Mantenere giorno dopo giorno questo impegno non è facile, abbiamo bisogno di risposte per poter convincere anche chi non crede in questa strategia che i risultati possono arrivare solo dalla condivisione di obiettivi e azioni. In questo modo altri Istituti di pena potrebbero seguire il nostro esempio e abbandonare ogni forma di azione pericolosa e lesiva dei diritti di tutti” continuano nella lettera, che non è comunque la prima che inviano. Attivi già nel 2022, questi detenuti ricordano che la loro scelta di dialogare invece che protestare sia dovuta al “senso di responsabilità e la sincera volontà di utilizzare il tempo della pena in maniera positiva ed essere elementi, oltre che proclamati, visibili anche attraverso gesti coerenti con le nostre parole”.
Due anni dopo però le loro condizioni non sono migliorate, ma “sono andate sempre più deteriorandosi fino a raggiungere oggi la situazione che è evidente a tutti, caratterizzata da un intollerabile numero di suicidi e da un sovraffollamento che ci sta togliendo dignità e speranza”. Un vero e proprio grido di aiuto che giunge da dentro le mura di Canton Mombello e che ha trovato ieri riscontro anche fuori grazie all’iniziativa organizzata dall’ufficio della Garante dei detenuti, associazioni, cooperative, Camera Penale ed Uepe.
A promuovere l’evento anche il Comune di Brescia, che in una nota della sindaca Laura Castelletti ha ribadito il proprio impegno “nel chiedere un intervento concreto del Governo, il solo che ha il potere e la giurisdizione per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri”. Ricordando di avere spinto per una più moderna e funzionale struttura penitenziaria a Verziano, Castelletti ricorda che le sollecitazioni inviate “restano senza risposta” e ribadisce che “Canton Mombello va definitivamente chiuso, perché non più in grado di rispondere alla funzione di recupero e risocializzazione di chi sta scontando la pena. Il solo trasferimento di una parte dei detenuti a Verziano è un’opzione inadeguata per rispondere a una criticità che, come sottolineato anche recentemente dalla Garante dei detenuti, è ormai intollerabile. Ma da Roma non arrivano indicazioni da mesi”. Si chiedono quindi atti concreti prima che altre vite umane paghino una condizione che nulla a ha che fare con quel “senso di umanità” che la nostra Costituzione prescrive.











