di Manuel Colosio
Corriere della Sera, 12 dicembre 2023
Il sistema carcerario bresciano sotto la lente della relazione annuale della garante. Per i detenuti poche telefonate e ore d’aria. La sindaca: al via l’iter per la nuova struttura. Sempre più detenuti, ma sempre meno ore fuori dalle celle e contatti con l’esterno ridotti drasticamente. È un quadro decisamente preoccupante quello dipinto nella relazione annuale stilata dalla Garante per le persone private della libertà personale del comune di Brescia, Luisa Ravagnani, anche solo guardando i numeri: la popolazione penitenziaria al Nerio Fischione sale in 12 mesi da 296 detenuti a 376 (a fronte di una capienza regolamentare di 185).
L’indice di sovraffollamento supera così il 200%, ben al di sopra della media nazionale (115%) e anche lombarda (152%), mentre meno preoccupante “seppur non certo da prendere a modello quanto a utilizzo dei posti disponibili”, precisa la relazione, è la situazione nell’altra struttura bresciana, quella di Verziano, che rileva un aumento contenuto di presenze passate da 107 detenuti di un anno fa ai 116 di oggi.
Qui, grazie alla sua natura altamente trattamentale, si riesce però “ad offrire una situazione detentiva adeguata anche in presenza di un numero superiore di detenuti, visto che quasi tutta la popolazione ristretta è impegnata quotidianamente in attività di lavoro o di studio, molte delle quali svolte all’esterno” si legge sempre nella relazione, presentata a Canton Mombello alla presenza di una nutrita schiera di consiglieri comunali, chiamati prossimamente a votarla, oltre che la sindaca Laura Castelletti e il presidente del consiglio comunale Roberto Rossini.
Nel carcere cittadino da segnalare come sia diminuita la quota di stranieri: dal 48,9% del 2022 al 46,8% del 2023. Aumenta quindi del 2% la quota dei detenuti italiani, mentre a Verziano a calare è la presenza di donne (36% nel 2022, 32% nel 2023), mentre aumenta invece quella di stranieri (dal 29,9% del 2022 si passa al 31% del 2023). Al disagio del sovraffollamento “che non va certo nella direzione auspicata”, sottolinea Ravagnani, si deve aggiungere quello provocato dal ritorno alle norme in vigore prima dell’emergenza Covid, quando erano autorizzate chiamate quotidiane da parte dei detenuti.
Adesso sono diventate una a settimana, che forse diventeranno 6 ogni mese se il nuovo pacchetto sicurezza verrà adottato. Non solo: dopo una circolare dell’anno scorso si è passati da una situazione di apertura diurna totale delle celle, con la possibilità di muoversi nelle sezioni, ad una intera giornata di chiusura. Tutti fattori che producono ancora più disagio e alimentano le malattie mentali, che a loro volta generano un aumento nel consumo di psicofarmaci tra i detenuti, oltre che uno stress maggiore per il (poco) personale sanitario, gli educatori e gli agenti presenti nella struttura.
Ulteriori ombre, ma anche alcune luci, come quelle accese dalle attività del progetto “Carcere per i diritti umani”, laboratorio di idee attivo ormai da più di sei anni negli Istituti di pena bresciani, piuttosto che quelle con l’esterno, tra le quali quella promossa con Confindustria Brescia per favorire l’inserimento lavorativo dei detenuti.
La relazione si chiude anche con quella che viene definita “nota positiva per Brescia: pare che finalmente si sia sulla strada giusta per la realizzazione del nuovo carcere di cui da anni si sente, impellente il bisogno”. Su questo la sindaca Castelletti ha parlato di “avvio nei ministeri competenti di percorsi che ci porteranno attorno ad un tavolo”, trovando nella direttrice dei due Istituti bresciani, Francesca Paola Lucrezi una prudente felicità quando afferma di “nutrire la speranza sia colta l’occasione”. Che sia la volta buona, al momento, difficile dirlo.










