di Federica Pacella
Il Giorno, 9 novembre 2022
La relazione della Garante comunale delle persone private della libertà mette a nudo la situazione delle carceri. Il carcere? Un autobus sovraccarico che fatica ad arrivare a destinazione. Così Cesare M., membro del gruppo P4HR dalla casa circondariale “Nerio Fischione” di Brescia ha voluto rappresentare visivamente il concetto di sovraffollamento, per far capire al mondo “fuori” che non si tratta solo di numeri, ma di essere umani che, stipati in spazi angusti ed inidonei, difficilmente potranno intraprendere percorsi per costruire un futuro migliore, per sé e per la comunità nella quale ritorneranno.
L’immagine è stata usata per introdurre la relazione della garante delle persone private della libertà personale bresciana, Luisa Ravagnani, ma la metafora vale per tutto il sistema carcerario lombardo e nazionale. In Lombardia, al 31 ottobre, secondo i dati del ministero della Giustizia, risultavano detenute 8150 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 6161 posti nei 18 istituti lombardi. A Brescia, il Nerio Fischione conta 296 detenuti a fronte dei 189 posti, mentre a Verziano sono in 107 rispetto ai 71 posti di capienza regolamentare. Tutte le strutture lombarde risultano avere più detenuti dei posti disponibili: al Resmini di Bergamo si parla di 533 su 319 posti, a Como 364 su 242, a Sondrio 405 su 240, a Lecco 76 su 53.
“In questa situazione - spiega Ravagnani - la meta del reinserimento si fa sempre più lontana. La responsabilità è dell’intero sistema: chi dirige e lavora negli istituti penitenziario è esso stesso vittima del sovraffollamento”. I suicidi sono un altro indicatore che qualcosa non sta andando. Dall’inizio del 2022 sono già 71 le persone che in carcere si sono tolte la vita, due delle quali a Brescia (una era una donna). Se all’esterno del carcere il tasso di suicidi è pari a 0,67 ogni 10000 abitanti, in ambiente penitenziario sale immediatamente a 10,6 morti ogni 10.000 detenuti. Il 5,6% nel 2022 di suicidi ha riguardato donne: un segno allarmante, se si considera che negli anni precedenti i casi erano pressoché nulli.
“L’intero sistema carcerario andrebbe gestito in altro modo - prosegue Ravagnani. Il carcere non può essere l’unica risposta a tutti i reati, dovrebbe essere invece relegata a situazioni in cui non si può fare altro”. Difficile, però, costruire delle alternative senza la collaborazione di chi è all’esterno. Emblematica la questione delle residenze: quando un detenuto esce dal carcere difficilmente l’ultimo Comune di residenza accetta di riprenderlo tra i suoi cittadini.
“Noi vogliamo cambiare vita - testimonia Valter - ad esempio c’è chi vuole seguire percorsi terapeutici, ma per andare in comunità serve un indirizzo valido che non sia via Spalti San Marco (l’indirizzo del Nerio Fischione, ndr)”. “Una volta spostata la residenza in carcere - aggiunge Ravagnani - è difficile riportarla altrove. Questo rende difficile, ad esempio, anche semplicemente avere il medico di base”.










