quibrescia.it, 26 aprile 2024
In questa lettera indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari sono raccontate le terrificanti condizioni della prigione bresciana, la più sovraffollata d’Italia. Venerdì 19 aprile la Garante dei detenuti Luisa Ravagnani è tornata a denunciare pubblicamente le condizioni disumane di Canton Mombello e in generale delle carceri italiane. Secondo le sue ricostruzioni, il sistema penitenziario del nostro Paese sarebbe peggiore di quando, nel 2013, l’Italia fu condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In questa occasione Ravagnani ha anche reso pubblica una lettera firmata dal gruppo di detenuti “P4HR” e indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari. La lettera risponde alla domanda “Perché avremmo bisogno di settantacinque giorni di liberazione anticipata?”
“Viviamo quotidianamente in quello che viene definito il peggior carcere d’Italia, obsoleto e fatiscente. Forse però il problema principale è il sovraffollamento. Sovraffollamento, una parola che sentiamo usare troppo, troppo spesso. Ma cosa significa, davvero, vivere quotidianamente nel sovraffollamento? Immaginate quando vi siete ritrovati chiusi in un ascensore insieme ad altre persone sconosciute. Entrate nell’ascensore, le porte si chiudono, siete circondati da estranei e il tempo non passa.
Ecco, questo esempio banale è esplicativo della deprecabile condizione delle carceri sovraffollate. I detenuti vivono questa condizione ogni giorno, una condizione alla quale non potranno mai abituarsi. Per anni, tutti i giorni, ogni minuto della loro vita, devono condividere con altre 15 persone una stanza di pochi metri quadrati. Non solo, con loro devono anche condividere un unico bagno: una vecchia “turca” fatiscente sopra cui è posto un tubo dell’acqua per farsi la doccia. Questo se si è fortunati, perché in molte carceri le docce sono comuni e disponibili solo per pochi minuti ogni mattina.
Passiamo intere giornate chiusi in una cella dove è impossibile stare in piedi tutti insieme. Siamo di culture, lingue, etnie, religioni diverse, fatichiamo a comprenderci, a comunicare, a concepire le abitudini degli altri. La maggior parte sono tabagisti, fumano in continuazione per lo stress della vita in cattività, ammassati gli uni sugli altri come i polli in batteria.
Chi può permetterselo prova a cucinare, peccato che pranzo e cena siano preparati in bagno. La preparazione viene più volte interrotta, perché bisogna uscire e lasciare il bagno a chi deve espletare qualche bisogno, ed essendo in quindici succede continuamente.
D’inverno restiamo con le finestre a vetro singolo in plexiglass, che devono restare chiuse a causa del freddo pungente incontrastabile da un riscaldamento vetusto e fatiscente. I muri sono gonfi di umidità, ghiacciati. La mancanza di areazione riempie la stanza di odori acri, pungenti, nauseabondi. Siamo mischiati anche per età diverse, ci sono ragazzi appena maggiorenni insieme ad ultrasettantenni, che sovente hanno problemi di incontinenza di diversa natura. Non mancano malattie e infezioni, non infrequente la scabbia, che si propagano correndo veloci nel sovraffollamento.
Sono inevitabili i parassiti, i pidocchi, le pulci, gli acari, le blatte e anche i ratti. Anche i topi si trovano stipati con noi nelle anguste celle, simili più che altro a cripte nell’aspetto e nell’odore.
D’estate c’è l’arsura più totale, i polmoni sono infuocati: una sola finestra con tre file di sbarre roventi, dove l’aria non passa e se passa arriva surriscaldata dal ferro e dal cemento bollente. Respiriamo i miasmi generati dai nostri compagni di cella e da noi stessi, odori che impregnano le narici e i polmoni.
Sono inevitabili gli atti violenti, causati troppe volte da banalità. La violenza scatta a causa del fortissimo stress, delle scarse condizioni di salute fisica e soprattutto mentale, dalla totale mancanza di intimità. È una marea che travolge tutti noi, immersi in una vita precaria e in un malessere quotidiano costante. Un malessere che si deve affrontare per forza, ma che porta ovviamente a tafferugli, liti con percosse e conseguenti prognosi, in un vortice vizioso e costante.
Nella vita quotidiana, preso l’ascensore e arrivi al piano successivo. Qui, invece, la porta dell’ascensore non si apre mai, impiega anni, lustri, decadi ad aprirsi. Se a volte un minuto in ascensore sembra durare dieci ore, qui, in questo folle infernale ascensore senza scelta, l’unica cosa da fare è andare avanti. Chi non va avanti finisce sul notiziario della sera o su un trafiletto di giornale. Noi che restiamo andiamo avanti, istante dopo istante, contiamo i trafiletti, per quest’anno già 32 persone che hanno scelto di scendere dall’ascensore della loro vita suicidandosi. Noi, rattristati, teniamo il conto e ci facciamo forza da soli. Provano ad aiutarci il personale sanitario e quello di polizia penitenziaria, loro malgrado, con scarsi risultati.
Sovraffollamento: una parola semplice, sulla bocca di tutti. Una parola che racchiude urla e grida di dolore, anni di vita trascorsi così. È giusto pagare le proprie colpe, è giusto saldare il proprio debito con la società, ma non si può dimenticare la dignità dell’essere umano. Entrando in carcere si è come un puzzle completo che ogni giorno perde un pezzo: quello della libertà se ne va per primo, poi la dignità. Dopo viene a mancare l’intimità, che non si sa più nemmeno cosa sia, dato che non c’è mai la possibilità di rimanere da soli con sé stessi.
Perdiamo un pezzo della nostra famiglia, sentendoci sempre più vuoti. Siamo entrati come uomini, padri, figli, fratelli, esseri umani, ma con il sovraffollamento ci sono state tolte la libertà, la dignità, l’intimità, tutto. Nessuno ha il diritto di privarci dell’umanità e della speranza, di questi ultimi due pezzi del nostro puzzle non possiamo privarci. Perché ogni volta che noi perdiamo un pezzo anche la giustizia perde la sua umanità e, senza quel pezzo, la giustizia non è completa.
Come ben sa il Sottosegretario Ostellari, al quale nel maggio 2023 abbiamo inviato la nostra proposta di revisione della liberazione anticipata, e che ringraziamo per la risposta, da tempo pensiamo in maniera costruttiva a possibili soluzioni per aiutarci a vivere nel sovraffollamento. Allora ecco i perché della nostra richiesta di 75 giorni di liberazione anticipata: sarebbero un equo compromesso per evitare tutto quanto sopra, per non far perdere quella speranza a chi ha dimostrato fino a oggi un buon comportamento, a chi ha dimostrato di saper convivere in una realtà estremamente complessa, quella di un sistema carcere retto dal sovraffollamento”.









