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di Mara Rodella

Corriere della Sera, 12 marzo 2022

La garante: bene i controlli su misure alternative se le migliorano. Ne hanno parlato, di nuovo, dopo le tensioni del 14 febbraio scorso, quando le proteste degenerarono. E dopo una commissione coordinata con la direzione, in cui si è affrontato anche il nodo misure alternative - di recente Tribunale di Sorveglianza, procura generale e forze dell’ordine hanno siglato un protocollo per intensificare i controlli e standardizzare i flussi informativi - i detenuti di Canton Mombello (sono 360, oltre la metà definitivi) hanno messo nero su bianco le loro proposte volte a migliorare la gestione della vita interna al carcere e una quotidianità complicata, faticosa, ma “nella piena consapevolezza molte difficoltà non dipendano da una cattiva volontà da parte dell’amministrazione penitenziaria, quanto piuttosto da limiti strutturali oggettivi” spiega la garante dei loro diritti, Luisa Ravagnani.

Cinque cartelle, consegnate ai ministeri di competenza e alla Sorveglianza, per spiegare che difficoltà apparentemente banali, in cella, non sono più tali. Per chiedere per esempio all’ingresso “un kit con lenzuola, coperte, biancheria intima e prodotti per l’igiene personale”, uno sportello di consulenza e regole chiare, la creazione di “gruppi di ascolto e auto-aiuto”. Ma anche “la riorganizzazione dei colloqui, spesso in ritardo di ore” anche in presenza di minori, o che siano “implementati i corsi di formazione, in prospettiva di un ritorno in libertà” e “il numero di lavori accessibili a detenuti senza qualifiche speciali o quantomeno velocizzando la rotazione interna”.

Potessero, le celle (“in condizioni pessime”) le ritinteggerebbero e ripulirebbero: “Ma anche su base volontaria, andrebbero tutti assicurati così come il materiale pagato. E mancano i fondi”, spiega la garante. Che sottolinea: “Quello del lavoro è davvero il tema più sentito dentro il carcere, ma non ci sono aziende esterne con cui collaborare nonostante l’amministrazione si spenda da tempo per trovare disponibilità” affinché, anche a Caton Mombello come a Verziano, “si possa portare parte dei processi produttivi.

Ma le barriere strutturali pesano tantissimo”. Tre anni fa fu firmato un protocollo - apripista - tra Sorveglianza e all’epoca Aib proprio per favorire il lavoro dei detenuti, organizzando anche tirocini formativi, in questo caso quelli in misura alternativa: “Dopo la pandemia l’interlocuzione è ripresa a fine 2021, un percorso meraviglioso che ha portato anche a un’assunzione a tempo determinato”. Ma è difficile. Perché “qui fuori, un lavoro, lo devono trovare sulla base di colloqui portati avanti da avvocati, famigliari e amici di buona volontà: di persona, non ci possono andare. Nella maggior parte dei casi un imprenditore sceglierà chi può guardare in faccia”.

Queste misure alternative servono eccome, “ma non può pesare tutto sulle cooperative sociali: ben vengano controlli più mirati su merito e rispetto dei benefici, purché siano tesi a migliorarne l’efficienza, le attese e l’organizzazione. Perché i numeri sono alti, ma non danno conto della fatica enorme, oltre che dei tempi lunghissimi, che ci sta dietro per metterle in pratica”.

Non solo. “La componente di rischio è intrinseca alla concessione del beneficio e sono i primi i detenuti a sapere che la posta in gioco è altissima: se si bruciano la possibilità non ne avranno un’altra”. In Italia, Brescia in linea, numeri del ministero alla mano, del 5.9% delle revoche dei percorsi alternativi “solo lo 0.7% è riferibile alla commissione di nuovi reati”.