di Mara Rodella
Corriere della Sera, 30 gennaio 2026
Il suo invito: “La cittadinanza potrebbe rispondere con l’offerta di attività occupazionali: i detenuti che lavorano in carcere sono pochissimi”. Ha lavorato tanto, con i detenuti. Anche quando a Brescia non era ancora arrivata. E ci crede davvero, che qualcosa di buono si possa e si debba fare, perché “uno degli enormi problemi di Brescia si chiama carcere”. Al netto delle attese per la nuova struttura che dovrà sorgere a Verziano, la presidente della Corte d’appello, Giovanna di Rosa, lancia un appello - e lo farà anche domani all’Anno giudiziario - alla città tutta. “La giustizia penale termina nell’esecuzione della pena”, una conclusione che quindi deve essere “il più significativa possibile”.
Ma “tutte queste carcerazioni, in un distretto che contiene un carcere, Canton Mombello, che oggi è il quinto più sovraffollato d’Italia - nel corso dell’anno è andata anche peggio - non sono una risposta ai problemi della giustizia: ci sono troppi detenuti. In condizioni che non riescono a garantire il rispetto dei diritti”. Ricorda la sentenza Torreggiani del 2013, quando lo Stato italiano ha previsto i rimedi per i danni da carcerazione disumana e degradante (in violazione dell’articolo 3 della Cedu), cioè”il risarcimento del danno patito per la carcerazione contraria al senso di umanità”, equiparata alla tortura. “I ricorsi in questa materia sono tantissimi, viste le carceri così piene”.
Giovanna Di Rosa si pone quindi una domanda: “Che cosa significa mettere le persone in carcere per riportarle alla legalità e, nello stesso tempo in cui stanno espiando la pena, risarcire loro i danni per ciò che stanno patendo in condizioni disumane? È un messaggio contradditorio, profondamente privo di significato trattamentale, che poi è quello a cui tende il percorso rieducativo”. Una profonda “contraddizione di sistema, che dovrebbe trovare il suo sfogo in una maggiore concessione di misure alternative, con basi sul territorio”: tanti detenuti “sono privi di mezzi, alloggi, lavoro. Spesso hanno commesso piccoli reati, con altrettanto piccole condanne, per uno stato di bisogno. Queste carcerazioni non devono esistere, non hanno senso, non ricadono su persone socialmente pericolose e creano sovraffollamento”.
E allora. “bisogna investire sulle misure alternative. La risposta sanzionatoria più facile è quella della detenzione, ma non è efficace: va tarata sulla personalità dell’autore del reato. Servono, però, più strutture capaci di accogliere queste persone, più comunità terapeutiche per esempio, soprattutto quelle a doppia diagnosi, in caso di problemi psichiatrici”. Oltre ogni contraddizione.
“La cittadinanza potrebbe rispondere con l’offerta di attività occupazionali: i detenuti che lavorano in carcere sono pochissimi, 89 in tutto il distretto, su 1.773 totali.
Credo che le imprese bresciane, capaci di trainare il mercato nazionale, possano ragionare sull’opportunità di investire maggiormente in questo senso. Brescia può fare di più, a maggior ragione a fronte del bisogno di forza lavoro semplice”. Ci crede, la presidente, lo sa per esperienza. “C’è spazio per fare, oltre ogni preconcetto: possiamo superarlo, proviamoci”. Un caso alla volta, in prova, offrendo formazione: “Possiamo farlo, nell’interesse di tutti peraltro, perché il superamento della recidiva e la nuova accoglienza in società di chi ha sbagliato, e pagato, convengono alla società, tutta, garantendo la tenuta di un sistema di legalità che assolutamente è l’unica prevenzione utile”.









