di Ilaria Carra e Rosario Di Raimondo
La Repubblica, 25 luglio 2024
“Cercate di non finire qua, è un manicomio”. Il carcere citato da Mattarella come indegno per un Paese civile: “Quell’istituto va chiuso. Bisogna fare qualcosa subito”. “Devo andare in bagno ma è occupato, altri 15 sono in fila davanti a me. Un anziano ha il mio stesso problema. Purtroppo per lui, e per noi, non fa in tempo a dire che gli occorre con urgenza il bagno. Ha una scarica di dissenteria, mentre dimenandosi cerca di alzarsi a fatica dalla branda. In un attimo, lenzuola e materasso s’impregnano di liquame e urina. Lui non sa come comportarsi, indifeso, imbarazzato, umiliato. Piange, un uomo di 74 anni. Si lamenta, impreca, bestemmia, chiede a Dio di morire”.
Quattro pagine, scritte a giugno da una ventina di detenuti del carcere Canton Mombello di Brescia, il secondo più sovraffollato in Italia. “La descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia”, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, commentando la lettera. I reclusi hanno scelto di inviarla anche a lui. E lui ha risposto. “Gli saremo riconoscenti per il resto dei nostri giorni”, dice la garante dei detenuti Luisa Ravagnani, motore dell’iniziativa, voce instancabile che una volta di più ripete: “Quell’istituto va chiuso. Bisogna fare qualcosa subito”.
La capienza è di 182 posti ma gli ospiti toccano anche punte di 400. Chiusi in stanzoni da sedici letti, in camere da otto oppure in tre dentro una singola. Fra cimici e scarafaggi. I bagni hanno le vecchie turche, la doccia sopra, il fornelletto per cucinare a un passo. In alcuni buchi si gela d’inverno e si soffoca d’estate. I letti a castello bloccano l’apertura delle finestre. Durante l’ora d’aria, solo cemento. Poco lavoro, poche attività, 150 agenti su 217 previsti, 4 educatori invece di 6, riporta Antigone. Tanti ragazzi con problemi psichiatrici o dipendenze. Questo è il Canton Mombello di Brescia.
Nell’ultima settimana Monica Cali, presidente del tribunale di Sorveglianza, c’è entrata due volte. L’ultima lunedì, con il procuratore generale e il presidente della Corte d’appello: “La struttura è fatiscente. Un degrado e una sofferenza che stringono lo stomaco e che ho visto in alcune carceri del Sudamerica. La tensione è tale per cui le istanze di scarcerazione sono tantissime. Ma noi lavoriamo sempre sott’acqua: manca un magistrato e le cancellerie hanno una scopertura del 50%”. La garante Ravagnani parla della lettera dei reclusi, “hanno lavorato a lungo per raccontare quello che è oggi il carcere”. Un percorso nato nel 2022 per protestare seguendo “i metodi della legalità”.
Ma quando il grande cancello di ferro si chiude alle spalle dei nuovi arrivati, “hai una paura da film dell’orrore”. La voce è di un detenuto. La si può ascoltare grazie alla web serie “11 giorni” del regista Nicola Zambelli: 33 episodi su Instagram, un racconto per parole e immagini della casa circondariale. Eccoli, i racconti: “Qua buttano tutti insieme come sardine in scatola, 60 in sezione, in un corridoio lungo 30-35 metri”, “ci sono topi, scarafaggi, le grate arrugginite, dove mangi fa schifo”. Un “luogo che si nutre di violenza”, dove “ho visto tre persone che si sono tagliate la gola davanti a me”. Un altro detenuto racconta: “Da poco ho perso mia madre, non mi hanno dato modo di poterla vedere nella bara aperta l’ultima volta, mi hanno solo portato al funerale. Non è colpa loro è colpa mia, se sono qua lo devo solo a me stesso”. “Sento la mancanza dell’erba, dell’odore della terra. Vivi di merda, lotti per quel centimetro che è rimasto di te stesso e della tua vita”. Una voce implora: “Cercate tutti di non finire qua. Questo è un manicomio”.
Eppure, “proprio i detenuti stanno dando un esempio di protesta civile, nonostante il silenzio con cui buona parte della politica pretende di rispondere alle grida di disperazione che si alzano dal mondo carcere”, dice Stefano Verzeletti, presidente della Camera penale. Risposte aspettate da troppo tempo. “Il carcere di Brescia è un problema di sopravvivenza, è disumano, inaccettabile. Per i detenuti e per chi ci lavora - dice la sindaca Laura Castelletti - Più volte ne ho chiesto la chiusura e l’ampliamento del carcere di Verziano (un’altra casa di reclusione della città, ndr). Stiamo ancora aspettando risposte dal Governo”. Una “situazione drammatica” nota da decenni, dice l’ex sindaco Emilio Del Bono, oggi consigliere regionale in Lombardia. “Non c’è altra strada che chiuderlo e lo denunciamo da anni, nonostante la conduzione sia eccellente”. Del Bono ricorda che negli ultimi anni sono stati stanziati 50 milioni come fondi straordinari, non sufficienti per il progetto di chiudere Canton Mombello e far nascere un istituto parallelo accanto a Verziano. Problemi burocratici e di risorse.
Intanto i detenuti aspettano. E pensano a quell’anziano che maledice la vita dal suo letto sporco: “Voi ci dovete credere, queste non sono lamentele, non vogliamo né impietosire né mendicare”, scrivono in quelle quattro pagine, per poi chiedere: “Non è forse vero che le condizioni in cui ci troviamo sono un costante incitamento al suicidio?”.










