di Eugenio Barboglio
Brescia Oggi, 18 luglio 2024
In una nuova lettera al Presidente della Repubblica, gli ospiti del penitenziario cittadino raccontano le condizioni penose all’interno della struttura e chiedono interventi. “Abbiamo scelto la strada del dialogo”. Di lettere ne hanno scritte parecchie. Il tema, sempre lo stesso: il sovraffollamento, le condizioni disumane di detenzione, soprattutto d’estate. Risposte concrete, nessuna. Il nuovo carcere? Passano gli anni e appare sempre più un miraggio. Il Governo è riuscito a diffondere due volte la notizia dello stesso stanziamento pur di calmare le acque. Ma il Nerio Fischione è sempre lì, pieno come un uovo.
I detenuti hanno scritto al Papa un paio di volte, al presidente della Repubblica, alla premier. Ora ancora una volta riprendono carta e penna e si rivolgono a Sergio Mattarella. “Siamo sovraffollati”, scrivono ad un certo punto della lettera. Sovraffollati, sostantivo plurale. Come fosse un dato di identità, come italiani, romeni, marocchini. Come carcerati.
Ecco alcuni frammenti della lettera al presidente: “Fa caldo, il sudore scivola sulla pelle e si appiccica sotto i vestiti”, comincia così la missiva. E poi qualche flash della vita tra celle e bracci di Canton Mombello: “Devo andare in bagno ma è occupato, altri 15 sono in fila”. “Un anziano ha una scarica di dissenteria, piange, ha 74 anni e sporca materasso e lenzuola. Piange perché si sente umiliato”. Esasperato un altro detenuto vorrebbe mettergli le mani addosso: “non lo fa per cattiveria - spiegano - ma solo per stress, anche lui è stanco arrabbiato, sofferente”. Lo calmano...
“Le vecchie turche sono cocktail di germi e batteri”. Si fanno da mangiare in bagno, “dove si tira lo sciacquone, e schizzi e cibo si mischiano”. Non riescono a mangiare insieme, in 15 in cella, non si può nemmeno stare in piedi, “cimici e scarafaggi fanno anche loro la coda. “Abbiamo scelto di intraprendere la strada del dialogo con le istituzioni piuttosto che quella delle iniziative di protesta interne agli istituti”, commentano. “Lo facciamo perché crediamo che il senso di responsabilità e la sincera volontà di utilizzare il tempo della pena in maniera positiva debbano essere elementi, oltre che proclamati, visibili anche attraverso gesti coerenti con le nostre parole”, aggiungono.
Precedenti appelli - Ricordano la lettera scritta nel 2022 per dire che nulla è cambiato: “Quella lettera potrebbe benissimo essere stata scritta oggi, ogni parola è estremamente attuale. In due anni le condizioni di vita sono andate sempre più deteriorandosi fino a raggiungere oggi la situazione che è evidente a tutti, caratterizzata da un intollerabile numero di suicidi e da un sovraffollamento che ci sta togliendo dignità e speranza”. Lamentano non solo l’assenza di risposte concrete, le nuove strutture promesse, ma risposte tout court: “Nonostante i tentativi fatti, solo in una occasione, il 17 giugno scorso, qualcuno è venuto a parlare con noi, qualcuno della politica, qualcuno nella posizione di aiutarci”.
Dialogo o protesta? “Non tutti i detenuti, anche qui a Brescia, sono d’accordo con la strada che noi abbiamo scelto. Alcuni vorrebbero adottare strategie diverse, anche eclatanti”. Ma, confessano, non è una strada facile da seguire giorno dopo giorno: “Però altri istituti di pena potrebbero seguire il nostro esempio. Potremmo davvero inaugurare un’era di dialogo che non vuol dire scendere a patti con noi ma darci la possibilità di dirvi quali sono i problemi reali del carcere e quali strumenti potrebbero aiutarci a sopravvivere”.
Ribadiscono la necessità di ascolto, di risposte, “di incontrarvi, di confrontarci. Lo potete fare? Qualcuno se la sente di parlare con noi e aiutarci a trovare soluzioni? Non chiediamo regali, come già detto più volte nei nostri scritti, ma solo di portare a termine la nostra condanna dignitosamente”.











