di Mario Pari
Brescia Oggi, 25 giugno 2024
Nella lettera inviata dai detenuti sono descritte situazioni insostenibili: la Casa circondariale di Brescia presenta condizioni che sono equiparabili, secondo quanto emerso in un recente incontro, a quelle di Guantanamo. La richiesta di chi è rinchiuso in cella non è quella della libertà, ma della dignità. Guantanamo. Succede anche lì. Si cucina e ci si libera fisiologicamente, dopo un’attesa di 15 turni, a poche decine di centimetri di distanza e contestualmente. I turni sono quelli dei compagni di cella, la stessa cella. È emerso recentemente in un incontro in cui si parlava di Canton Mombello. Che ora è “Nerio Fischione”, di nome. Ma di fatto è sempre “Cantone”, da tanto tempo, per i bresciani e non. Di nome e di fatto.
Della situazione in cui vivono, sopravvivono e convivono i detenuti di Canton Mombello è stato reso partecipe anche Papa Francesco, attraverso una lettera dei detenuti che la loro garante, Luisa Ravagnani, ha inviato al Pontefice. In realtà ha scritto anche a tanti altri: si attendono risposte.
Chiedono dignità e non libertà - Non è una richiesta di clemenza, ma di dignità rivolta a chi, come Francesco, ha dimostrato grande sensibilità verso detenuti e detenute. “Non è una protesta - spiega Luisa Ravagnani -: si vuol fare sapere che la situazione è esasperante”. Non è una novità far conoscere attraverso la stampa i problemi di Canton Mombello: “Quella lettera è arrivata, così com’è, dopo due mesi di lavoro per raggiungere la forma che ha. È stato tolto quello che poteva essere vissuto come lamentela inutile: è la descrizione di quello che accade quotidianamente. Chiunque ne resta colpito. Così, bisogna tenere presente che la lettera è stata letta davanti a parlamentari con un agente presente: nessuno ha obiettato, nulla è stato inventato. È stato un lavoro congiunto: italiani, stranieri, persone di diverse età. Non importa l’innocenza o meno, ma nessuno deve essere trattato così”.
Allora, viene o meglio torna spontaneo pensare alle soluzioni possibili. La prima è quella di un nuovo istituto di pena a Brescia. “Se la questione è quella del nuovo carcere - risponde Luisa Ravagnani -, certamente è complessa. I detenuti hanno consegnato una proposta e propongono riflessioni. Innanzitutto è stata chiesta un’applicazione automatica della liberazione anticipata che oggi deve attendere 8-9 mesi. Se ci fosse un tempo reale potrebbero accedere a misure alternative, così come previsto dalla normativa”. Non soltanto: “C’è anche l’articolo 35 ter dell’ordinamento penitenziario relativo allo sconto di pena in sovraffollamento”. Lo “sconto” è di un giorno ogni dieci, “ma se non avviene c’è il risarcimento che è di otto euro a giornata”. Con cucinino e annessi, secondo quanto sopra.
Una condizione inumana - Quello che succede a Canton Mombello è noto a tutti da tempo. Le visite di politici e addetti ai lavori sono quasi “museali”: come nei giorni in cui ai musei l’ingresso è gratuito e tutti si fiondano. Poi tutto finisce. Restano le tragedie umane di chi deve attendere il 15esimo turno per avvalersi dei servizi con uso cucina, ma non necessariamente, complice l’anagrafe e tanto altro, riesce a gestirsi. “Se dovessi salvare qualcosa - commenta Luisa Ravagnani - salverei le persone: tutte. Dai detenuti alla polizia penitenziaria, separati apparentemente: li accomunano le sofferenze”.
Dare a Canton Mombello un’altra funzione - Allora perché per Canton Mombello ci sono solo parole: forse darsi da fare per un nuovo istituto di pena non porta voti? “Lasciare aperto Canton Mombello - ribadisce Luisa Ravagnani - è per me un errore enorme. Non è al passo con un’idea rieducativa, non ci sono spazi. Se si costruisce una struttura da 200 posti non assorbe neanche tutto il Nerio Fischione, già sovraffollata. L’esigenza di Brescia è di 400 detenuti. Per questo è necessario prendere in considerazione un’altra funzione per Canton Mombello: quella dei detenuti in semilibertà, quella di persone che rientrano a dormire la sera”.
Nel rapporto tra Luisa Ravagnani e i detenuti non c’è solo spazio per parlare delle prospettive penitenziarie, quantomeno in senso stretto. Così, quando le si chiede qual è la frase che l’ha più colpita in questi anni, non esita a rispondere: “Non chiediamo la libertà, ma cerchiamo dignità”. E questo per lei è “un pugno nello stomaco, non c’è nulla da ribattere. Mai nessuno ha chiesto un’amnistia. Si sentono come esseri umani senza risposte”. Lo stesso pugno nello stomaco quando vede un ex detenuto varcare i cancelli di Canton Mombello: “È una sensazione triste, una sconfitta per lui e per noi. Ed è alto il numero dei detenuti che ritornano”. A Francesco la richiesta d’aiuto affinché tutto ciò cambi.











