di Mara Rodella
Corriere della Sera, 5 agosto 2025
Mai l’abbiamo vista tirarsi indietro. O non sorridere. Determinata, gentile, perennemente di corsa. Originaria di Gardone Valtrompia, 49 anni, docente di criminologia in università Statale, Luisa Ravagnani per dieci anni - fino alla fine del secondo mandato, non rinnovabile - è stata la Garante dei diritti dei detenuti bresciani.
Come è iniziata l’attività in carcere?
“A 18 anni, quando ho avvicinato l’associazione Vol.Ca, poi diventata Carcere e Territorio, per fare volontariato da studente a giurisprudenza. Ho cominciato con i primi accompagnamenti in giro per l’Italia di persone in permesso, insieme a un’amica. Poi sono arrivati i primi colloqui singoli con i detenuti, grazie al supporto di Angelo Canori, presidente storico di Vol.Ca, il mio faro così come il professor Carlo Alberto Romano. Non ho più smesso. Poi per undici anni ho lavorato come esperto al Tribunale di Sorveglianza, nel 2015 si aprì la possibilità di diventare garante e sono stata eletta”.
Quindi ha continuato con un ruolo diverso...
“Esatto. Ho mantenuto attivo il rapporto con i detenuti, che per me è fondamentale: senza la conoscenza diventa difficile capire se e cosa si possa fare insieme a loro”.
L’hanno accettata tutti?
“Sì. Con alcuni detenuti ho litigato, perché non apprezzavano il mio tentativo di usare la mediazione con amministrazione o direzione, quindi mi vedevano come una persona che non avrebbe potuto essere dalla loro parte. Ma la maggior parte ha avuto il buon senso di comprendere che il dialogo fosse l’unica modalità di azione possibile. Il linguaggio della contrapposizione non mi appartiene: sfidare “il sistema” non può essere la soluzione, non la rivolta: in quel sistema ci siamo dentro tutti”.
Il ruolo del tempo, prima e dopo? Dentro e fuori?
“Quello che ho sempre cercato di fare è stato di non interrompere il rapporto una volta finita la pena. Ed è un aspetto molto delicato da gestire perché se tu basi tutto sulla relazione con una persona, non può finire quando esce dal carcere, altrimenti le parole che tu hai raccontato diventano vane. Continui a ribadire il concetto di comunità, lì i detenuti poi tornano e tu la rappresenti: non puoi sparire e chiudere loro la porta in faccia”.
E ci è sempre riuscita?
“È molto complicato, ma nella maggior parte dei casi ha funzionato. I detenuti sanno che mi possono chiamare, li aiuto con il lavoro, la casa, le tensioni in famiglia. Perché se la relazione non la trovano con te, lo faranno con qualcun altro, non è detto positivo o estraneo alle logiche di devianza: il rischio è che tornino a cercare i vecchi canali. Noi dobbiamo offrire il più possibile interazioni pulite”.
In dieci anni cosa ha visto cambiare in un carcere difficile come Canton Mombello, spesso maglia nera italiana per sovraffollamento?
“Dal punto di vista strutturale nulla, perché non è possibile. Questa amministrazione penitenziaria e la direzione hanno portato miglioramenti nella qualità della vita quotidiana dei detenuti, dai frigoriferi ai ventilatori, per intenderci. Il resto non dipende da Brescia, sicuramente cresciuta in termini di attenzione al carcere: il territorio risponde, i progetti ci sono anche se alcuni non riescono a mantenere la continuità per mancanza di risorse. Purtroppo, però, qui come a livello nazionale, vedo solo peggioramenti”.
In che senso?
“So che la chiusura delle celle viene vista come una necessità per rispondere ai tantissimi atti di autolesionismo o alle aggressioni, situazioni pericolose per il personale, ma il problema è che la sorveglianza dinamica, attuata nei Paesi più avanzati, prevede che si portino attività in sezione, non che si aprano le porte e si lascino i detenuti a fare letteralmente nulla. Il Italia non è stata applicata davvero: spazio e tempi vuoti non sono mai stati riempiti da esperienze trattamentali importanti per la rieducazione”.
La riabilitazione. Cosa ne pensa?
“Sono molto critica. Noi tutti portiamo avanti un concetto di riabilitazione lontano dalla percezione del fatto che non sia qualcosa che tu proponi: parte dal detenuto, che decide di mettersi in gioco. E va agganciato. Gli si deve parlare e capire cosa gli farebbe bene affrontare durante la carcerazione, anche sotto il profilo umano. Altrimenti è inutile. Chi si è rieducato aveva già dentro di sé le risorse per farlo, dobbiamo puntare sugli altri”.
Operatori e risorse sono sufficienti?
“No. Sono convinta che le figure educative dovrebbero essere molto di più: già il rapporto di uno a dieci sarebbe poco, ma un primo passo. Una persona con cui affrontare un percorso continuativo, almeno tre volte alla settimana”.
Ci sono stati momenti che l’hanno colpita?
“Particolarmente intenso è stato tutto il lavoro del gruppo Diritti umani, ogni giovedì a Canton Mombello, focalizzato sui diritti delle vittime e concretizzato poi nello spettacolo teatrale Terza Branda. È stato un laboratorio profondo di contenuti legati al vissuto criminale e alla possibilità di riscattarsi, quindi le parole dei detenuti, raccontate a volte tra l’ironico o l’intimamente triste, ancora, dopo tanti anni mi segnano. Quando ti guardano e ti dicono che nessuno si è chiesto come potranno stare davvero una volta fuori, perché il carcere è l’unico posto che conoscono, è un’esperienza forte”.
Le hanno parlato dei reati commessi?
“Alcuni sì, altri no. Io non chiedo mai, devono sentirsi di farlo. Qualcuno racconta i fatti nei dettagli e io nemmeno posso sapere se dica la verità visto che non ho gli atti giudiziari: quello che queste persone stanno trasmettendo, però, è il loro vissuto, la loro narrazione per sopravvivere, a prescindere da ciò che poi verrà accertato. Allora facciamo che noi lavoriamo sulla percezione, della giustizia se ne occupa chi di dovere”.
Quanto si porta a casa del carcere, una volta uscita?
“Tanto. Con i miei due bambini parlo molto. Mia figlia, che ha otto anni, ha tenuto la corrispondenza per oltre un anno con un detenuto di oltre 70 anni, le avevo raccontato che era un nonno solo: lui mi consegnava i disegni da darle, lei gli scriveva. I miei figli mi chiedono perché io sia contraria al carcere”.
Perché?
“Perché a meno di casi gravissimi che la comunità non è pronta a gestire diversamente, per tutto il resto ci deve essere altro. Il carcere non aiuta a cambiare. E in questo Paese nessuno vuole sapere esattamente quale sia la percentuale di recidiva: è scomoda”.
Le riforme introducono reati e inaspriscono alcune pene. Può funzionare?
“No. Credo che incattivisca le persone, punto. Più fai sentire i detenuti vittime di un sistema - che li vuole solo punire e li tiene in un ghetto - meno loro si occuperanno delle vittime vere causate dai loro reati. Siamo sicuri che la pura sanzione detentiva faccia bene alle vittime? I prezzi sui reati non hanno valore: se il detenuto non entra nella condizione di capire quello che ha fatto, non basterà un ergastolo. E la pacificazione nell’immediato, con l’erogazione della pena, non durerà se non è costruita su radici stabili e non curerà le ferite. La chiave resta l’incontro, sempre”.











