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di Donatella Stasio

La Stampa, 13 maggio 2024

L’istituto bresciano ha il record nazionale di detenuti in eccesso, tocca il 200%: 391 reclusi anziché 185. Nelle celle i letti arrivano fino al soffitto, per il pranzo servono i turni. E in tanti invocano l’indulto. “In-dul-to! In-dul-to! In-dul-to!”. Lo ripetono in coro, ottanta, forse cento voci, un coro quasi gioioso, sicuramente improvvisato sotto il rettangolo di cielo blu che illumina la vasca di cemento dove si va a respirare l’ora d’aria, a correre dietro a un pallone, a sgranchirsi le gambe e a passeggiare, visto che siamo in un “cortile passeggio”, costruito più di un secolo fa per contenere al massimo una quarantina di detenuti mentre ormai ce ne finiscono centocinquanta, perché questo, signori, è il carcere più sovraffollato d’Italia, con una densità del 200%, ed oggi, 10 maggio 2024, ci sono 391 persone, chiuse dentro celle che non ne dovrebbero contenere più di 185.

Benvenuti a Canton Mombello, carcere di Brescia intitolato a Nerio Fischione, appuntato della polizia penitenziaria morto nel 1974 per impedire l’evasione di tre detenuti. Prigione ottocentesca, aperta nel 1910 per ospitare solo detenuti comuni in attesa di giudizio, mentre oggi almeno due terzi sono definitivi. Carcere cittadino con il 55% di stranieri, per lo più area Maghreb, e con più di 50 giovani adulti, raddoppiati negli ultimi due anni, anche “grazie” alle recenti leggi che hanno facilitato l’ingresso nelle patrie galere di giovani che adulti non sono ancora (e perciò dovrebbero stare negli Ipm, gli Istituti per i minorenni) ma finiscono per diventarlo, e a caro prezzo, non appena mettono piede nelle galere per adulti. Nel “peggior carcere d’Italia”, infine, gli psicologi sono dimezzati e su 230 poliziotti ne mancano 40, soprattutto nella catena di comando.

Qui come nelle altre 189 prigioni italiane tutte sovraffollate, l’indulto è parola magica, speranza, ritornello, illusione, talvolta è un urlo disperato, perché un conto è pagare con la perdita della libertà le proprie colpe ma in un luogo e in un tempo sensato, operoso, proiettato al reinserimento sociale, ben altra cosa è vivere un tempo insensato perdendo ogni giorno anche ulteriori pezzi di sé: l’intimità, la salute, la privacy, gli affetti, e soprattutto la dignità. La dignità no, in uno stato di diritto non è consentito, e la nostra Costituzione lo proibisce. Eppure, oggi il carcere è questo: perdita della dignità.

E allora ascoltateci, ascoltate le nostre voci, ci dicono quasi in coro, affinché il carcere non si trasformi in una vendetta dello Stato. Lo sanno: di questi tempi l’indulto è un’utopia. Sono i tempi del populismo, della tolleranza zero con i fragili, del marcire in galera. Ma l’immobilismo del legislatore sarebbe un delitto. In attesa di una soluzione strutturale, c’è una strada: la liberazione anticipata speciale, con la riduzione di 75 giorni per due anni (e poi di 60), invece dei 45 oggi previsti, per ogni semestre di pena scontata in modo proficuo. È la proposta di legge Giachetti. Il Parlamento ne sta discutendo, non senza resistenze politiche della maggioranza e allarmismi ingiustificati. Quello “sconto” consentirebbe ai detenuti comuni che hanno dimostrato di aver fatto un percorso positivo di recuperare la dignità, prima ancora della libertà. “Perché mai - si chiedono a Canton Mombello - la concessione dei 75 giorni dovrebbe essere vista come un fallimento del governo invece che come la volontà di fare un primo passo verso un cambiamento migliorativo anche del carcere?”.

Guardiamo e ascoltiamo, accompagnati dalla direttrice Francesca Paola Lucrezi, che si divide tra Canton Mombello e Verziano, l’altro carcere di Brescia anch’esso sovraffollato (130 detenuti su 70 posti). Il che genera, tra l’altro, un paradosso: “A Brescia, la carenza di manodopera ha abbattuto il pregiudizio degli imprenditori verso i detenuti, per cui la domanda di lavoro è alta e lo sarebbe anche l’offerta se le sezioni di Verziano che ospitano gli articoli 21 (lavoratori all’esterno) e i semiliberi non fossero sature, per cui non vi posso trasferire i detenuti che invece avrebbero diritto all’uno e all’altro regime”.

Dalla piccola rotonda di Canton Mombello partono i raggi Sud e Nord. Ci incamminiamo verso il secondo e saliamo al primo piano. Ci sono detenuti comuni, di media sicurezza. Entriamo in una sezione. Le celle sono rigorosamente chiuse e vengono aperte solo per l’ora d’aria o per le attività dei pochissimi che ne usufruiscono. I letti si arrampicano fino a soffitto, in alcuni casi se ne contano 15, come nella n. 19 di fronte alla quale sostiamo. Gli ospiti sono di etnia, religione, lingua diverse, giovani e vecchi, chi fuma e chi il fumo non lo sopporta, chi ha dipendenze da farmaci e chi disturbi psichiatrici. L’acqua calda scorre solo dalla doccia, un tubo che scarica in una vecchia turca fatiscente, condivisa da tutti gli inquilini del cellone; il bagno funge anche da cucina, sempre che non debba essere utilizzato per i bisogni di qualcuno e, se si è in 15, capita spesso; si mangia a turni, perché non c’è posto per tutti, così come non si riesce a stare tutti in piedi nello stesso momento né a dormire se gli altri parlano. Il malessere cresce, l’aggressività pure. L’inverno è troppo freddo, l’estate troppo calda. Stress e salute sono sempre a rischio. Il sovraffollamento, con le celle chiuse, veicola più facilmente le malattie infettive, perché si moltiplicano blatte, pidocchi, pulci, acari, topi. L’uso di psicofarmaci è altissimo. “Su 391 reclusi, 220 hanno problemi psichiatrici e 150 hanno dipendenze da farmaci. Di sani ne restano pochi - dice un detenuto - e quando una visita medica è urgente non si riesce ad avere subito un dottore né uno psicologo. Non parliamo del lavoro” (solo 14 i detenuti che lavorano per due cooperative esterne e 60 quelli dipendenti dall’Amministrazione). “Siamo troppi - spiega un altro -. È come rimanere in tanti chiusi dentro un ascensore. Nella vita reale, a un certo punto la porta si apre, in carcere invece mai, e quest’anno già 35 persone hanno scelto di scendere dall’ascensore suicidandosi”.

Ed eccoci ai cortili passeggio. È lì che, dopo qualche momento di indecisione, si alza il coro ritmato sull’indulto e la richiesta di ascolto. “I prossimi che entrano finiranno sui tetti” scherza un detenuto per spiegare il livello di saturazione di quest’antica prigione. L’unica speranza è la liberazione anticipata a 75 giorni, che diminuirebbe del 25% la popolazione carceraria: un “equo compromesso”, sostengono saggiamente, per evitare che a perdere la dignità sia anche la giustizia del nostro paese.