Il Dubbio, 14 ottobre 2025
Tra gli ospiti Gherardo Colombo: “Il carcere è inteso nel senso che chi ha fatto male deve sperimentare il male”. “Il carcere in Italia è inteso nel senso che chi ha fatto del male deve sperimentare il male”. È questa la considerazione formulata da Gherardo Colombo, intervenuto sabato al convegno organizzato lo scorso sabato a Brescia dalla Società San Vincenzo de Paoli, affiancato da Don Rigoldi, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria, Carlo Alberto Romano, prorettore per l’Impegno Sociale per il Territorio presso l’Università di Brescia, Luisa Ravagnani, docente di Criminologia penitenziaria e Giustizia riparativa presso l’Università di Brescia e Mauro Ricca, Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza per il comune di Brescia.
La conferenza è seguita alla premiazione del concorso letterario dedicato ai detenuti “Mi specchio e non mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato”, tenutasi venerdì presso la casa circondariale Nerio Fischione di Brescia, dove l’indice di sovraffollamento è stabile al 201%.
E proprio dal sovraffollamento è partito Colombo: “comincerei evitando di pensare che i problemi dipendano dal solo sovraffollamento, anche se questo non ci fosse la situazione sarebbe comunque estremamente critica”. Il sovraffollamento aggrava i problemi che già affliggono il sistema penitenziario, come la ristrettezza degli spazi, la mancanza di luoghi adibiti all’attività fisica, le difficoltà burocratiche da superare per ricevere i servizi sanitari di base, la mancanza di reali prospettive; problemi che rendono difficili le condizioni del carcere, se non insostenibili in molti casi, come dimostrato dal costante aumento dei suicidi che avvengono in carcere, il cui lo stesso conteggio è dibattuto. “Siamo di fronte a un fallimento”, ha dichiarato Romano, “il sistema penitenziario così come delineato dal legislatore del 1975, riformato poi nell’86, è fallito, ed è fallito per la cornice culturale nella quale ci poniamo noi che trattiamo di carcere.
Non ci siamo mossi ancora dall’idea della sanzione che costituisce l’ostacolo principale all’individuazione di percorsi di reinserimento”. “Leggo in questi giorni di celebrazioni dell’ordinamento penitenziario, mi chiedo se ci sia da celebrare o più da applicare piuttosto la visione illuminata del legislatore del 1975”, ha concluso il prorettore.










