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di Carlo Alberto Romano

Corriere della Sera, 5 agosto 2023

Siamo stufi di questo turismo della critica carceraria. Servono soluzioni, quelle stesse che, quotidianamente, con innegabile difficoltà, chi opera in carcere cerca di perseguire. A ferragosto verrà qualche parlamentare, entrerà in carcere, a Canton Mombello, tanto per essere sicuri di non sbagliare, convocherà i giornalisti, dirà che fa schifo e poi scomparirà, protetto dalla rassicurata coscienza che la gita estiva ha alimentato, rifornimento bastevole per gli altri 364 giorni dell’anno.

Basta. Siamo stufi di questo turismo della critica carceraria. E non perché non corrisponda al vero la critica. Tutt’altro. Canton Mombello andrebbe chiuso domani per non allargare sempre più la distanza fra la pena irrogata e un modo umano di intenderla. Ma proprio perché la critica è plausibile, ciò che diventa intollerabile è la sterilità delle grida. Non solo politiche e non solo estive, per il vero, ma è in questo periodo che si rilevano gli esempi più evidenti. Lo sappiamo che così com’è, non va bene; ma lo sappiamo tutto l’anno e soprattutto sappiamo che non basta dirlo. Servono soluzioni, quelle stesse che, quotidianamente, con innegabile difficoltà, chi opera in carcere cerca di perseguire.

Non è per caso che fra operatori penitenziari, in divisa e no, volontari e addetti del terzo settore, tendenzialmente (ma a Brescia, certamente) non vi siano contrapposizioni. Perché in tutti alberga la consapevolezza che solo insieme, e con impegni concreti, si possono trovare soluzioni. E forse, è solo la naturale ritrosia di chi lavora nel sociale che impedisce di divulgare gli sforzi profusi, perlomeno con la stessa veemenza con cui si evidenziano le criticità. Ma è giusto far sapere che qualcosa si fa, anche a Canton Mombello, sul versante trattamentale. E andrebbe spiegato anche ai professionisti delle visite mordi e fuggi.

Penso agli instancabili colloqui di sostegno dei volontari; penso ai percorsi di studio; ai progetti per la gestione della genitorialità e per la gestione dell’aggressività, specialmente legata al genere; penso al lavoro della Garante, del Cappellano e dell’Imam del centro culturale islamico e della rivista Z508; penso ai percorsi di mediazione, ai laboratori teatrali e musicali, alla presenza del centro diurno, alle cooperative che si fanno carico degli inserimenti lavorativi e alla recente convenzione siglata con Confindustria. Penso ai percorsi in esecuzione esterna e alle possibilità di alloggio offerte dal terzo settore bresciano che, pure se cronicamente insufficiente, costituiscono un riferimento esemplare a livello nazionale.

E tutto questo, comunque non si farebbe senza l’aiuto dell’area educativa e della polizia penitenziaria, il cui apporto va riconosciuto, nonostante le oggettive difficoltà che la situazione attuale evidenzia. Gocce d’acqua, in un contesto di sete cronica? Può darsi, ma sempre meglio del cartello acqua non potabile. Tanto più che, se adeguatamente supportate e implementate, queste proposte potrebbero rendere meno complicata la convivenza carceraria, magari anche grazie a qualche minimo, ma sostanziale, intervento normativo. Quindi, lo dico prima: se ad agosto venite solo per dire che il carcere non va bene, state a casa.