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di Mario Pari

Brescia Oggi, 3 agosto 2022

I detenuti dovrebbero essere 206: al momento sono 340, con possibilità di variare ogni giorno. In questo dato, tutta la criticità di un carcere finito in prima pagina per l’ultima tragedia che si è consumata fra le sue mura. Ma i problemi, gravi, sono quotidiani.

Quando succedono fatti come quello di due giorni fa, un suicidio in cella, il conto che viene presentato è il più pesante. Alle rivolte, agli incendi, ai tentativi d’evasione si pone rimedio. Per la morte, il discorso cambia. Anche quando capita in una struttura come la casa circondariale Nerio Fischione di Brescia, per molti ancora “Canton Mombello”, il nome con cui è stata conosciuta fino a qualche anno fa e, di fatto, quello ancora noto tra tanti bresciani (quando non semplicemente “Cantone”).

Non è l’unico istituto di pena nel territorio di Brescia. L’altro è “Verziano”, ma la differenza è abissale, nel senso che nella casa di reclusione alla periferia della città tutto procede molto più serenamente. Il dramma, invece, nel carcere incassato a due passi dal centro cittadino se non di casa torna a riproporsi ciclicamente. A volte viene solo sfiorato grazie all’impegno della Penitenziaria e della direttrice Francesca Paola Lucrezi.

Due giorni fa doveva essere il suo rientro dalle ferie; è arrivata, è stato riferito, intorno alle 3 di notte, quando ha appreso dell’irreversibile. E quello di ieri, per comprensibili motivi, è stato un altro giorno non semplice per la direttrice.

Oltre a tutto ciò che è rimasto da capire, si è trattato anche di tornare su un fatto molto grave delle scorse settimane: un tentativo d’evasione. Era il 10 luglio scorso e un detenuto ha ingoiato delle lamette da barba, mentre ne ha usata un’altra per tentare di fuggire. Una volta bloccato e riportato in carcere ha provato a dar fuoco alla cella. Anche in questo caso gli è stato impedito di raggiungere l’obiettivo, ma gli agenti hanno riportato ferite e lesioni.

Ieri quindi si è parlato di questo, di come fare in modo che tutto sia più sicuro per polizia penitenziaria e detenuti. Massimo il riserbo, invece, sulla tragedia del suicidio. Al Nerio Fischione, partire da quello che è un viaggio nel disagio, fino ai livelli estremi, significa innanzitutto basarsi su dati di fatto che si abbattono sulla qualità, sul livello della detenzione. Come il già citato numero eccessivo dei detenuti, che dormono in celle dove, sulla base di una sentenza Cedu, devono poter disporre di 3 metri quadrati a testa (questo lo spazio vitale). Poi, ci sono i letti a castello e non c’è l’aria condizionata che viene invocata, pare, anche negli uffici della penitenziaria.

Certo è che nelle ultime settimane è stata una carenza tecnologica avvertita in modo particolare, alla luce delle temperature altissime rispetto alla media. “C’è - spiega Calogero Lo Presti, coordinatore regionale della Fp Cgil Lombardia - uno sforzo grandissimo della direzione per sfruttare ogni millimetro. A Verziano i detenuti possono andare all’orto, fare molte cose. Il Nerio Fischione, invece è un cumulo di criticità, c’è un problema grosso derivante da tantissime questioni”.

Si tratta di un “istituto di pena in cui sono rinchiusi detenuti in custodia cautelare, ma anche con condanne definitive”. Antonio Fellone, segretario generale aggiunto del Sinappe sottolinea che “viviamo problemi strutturali e fortissime carenze d’organico. Un’altra questione deriva dall’altissimo numero di detenuti stranieri. Si tratta del 60 per cento e non è facile far convivere le differenti etnie: nella maggior parte dei casi sono nordafricani e molto spesso gli eventi critici si verificano tra di loro. I nostri colleghi che hanno impedito l’evasione in ospedale hanno ancora i postumi”.

Ma il problema è anche strutturale: “A Brescia serve un nuovo istituto di pena. C’è stato un incontro importante un mese fa, ma la situazione è in fase di stallo”.Il futuro, quindi, potrebbe essere un nuovo carcere. Il presente è rappresentato dai silenzi di chi ha deciso che non c’era più tempo per restare. Né in carcere né in vita.