di Manuel Colosio
Corriere della Sera, 11 ottobre 2022
La Garante chiede più fondi e operatori. Ma anche liste di attesa contro il sovraffollamento. Tre suicidi in meno di due anni nelle carceri bresciane non si vedevano da tempo. La situazione è di drammaticità estrema, non si può andare avanti così. Il tema del carcere viene costantemente dimenticato”.
Lancia un grido d’allarme la Garante delle persone private di libertà di Brescia, Luisa Ravagnani, a seguito della notizia del suicidio di una detenuta 50enne nella Casa di reclusione di Verziano la notte tra il 7 e 8 ottobre scorso. L’ultimo caso in Italia, registrato nel bresciano, porta il dato nazionale a 67 detenuti che si sono tolti la vita in carcere dall’inizio dell’anno.
“Così tanti non si registravano almeno dal 2009” osserva Ravagnani, sostenuta dalle statistiche più recenti che confermano una tendenza in continua crescita e che pone l’Italia sopra la media europea per tasso di suicidi ogni diecimila detenuti: nel 2018 era di 10,4, sceso nel 2019, ma per poi risalire a 11 nel 2020 e 10,6 nel 2021.
Ad oggi in Italia siamo a 12,4 suicidi ogni 10 mila detenuti e, visto che il numero presumibilmente crescerà ancora, a dicembre si raggiungerà una quota che non si registrava da 20 anni a questa parte. Le cause di quanto sta accadendo sono molteplici, ma ruotano tutte attorno al problema cronico del sovraffollamento e della mancanza di finanziamenti. Questioni che Brescia conosce bene, soprattutto al Nerio Fischione, in cima alla triste classifica italiana per sovraffollamento con i suoi 309 detenuti rispetto ad una capienza di 189 posti. Il secondo carcere bresciano, quello di Verziano, se la passa un poco meglio, ma non bene: circa 110 le persone recluse di fronte ad una capienza sulla carta di 72.
“Non è più tollerabile una situazione di questo tipo. Non sono numeri o statistiche, sono persone che vivono in condizioni di forte disagio quotidiano” sottolinea sempre Ravagnani, aggiungendo come “ad un numero insostenibile di detenuti faccia da contraltare un bassissimo numero di operatori come psicologi, psichiatri o educatori, tutte figure indispensabili per avviare percorsi che possono evitare drammi come quello dei suicidi”.
Servono quindi finanziamenti e organizzazione per invertire la rotta nel lungo periodo, mentre nell’immediato una soluzione per alleviare la pressione passa da un altro dato: il 51% dei detenuti sconta una pena compresa tra 1 e 3 anni.
“Siamo sicuri che sia necessario per questi detenuti scontarla in carcere? Non esistono misure alternative?” domanda quindi Ravagnani, che mette sul piatto anche una proposta già prevista in altri paesi europei, quella delle “liste di attesa” che prevedono “si entri in carcere solo se viene rispettata la capienza, in modo da assicurare una detenzione dignitosa e umana. Se non c’è posto, si attende fuori. Si tratta di una soluzione con alcuni limiti ma che, almeno, prende di petto il problema. In Italia sul carcere si spendono fiumi di parole, ma non bastano più. Ora, più che mai, è necessario intervenire”.










