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di Giorgio Paolucci

Avvenire, 2 novembre 2024

La testimonianza di Ernesto Balducchi, ex brigatista: “In carcere a San Vittore il cappellano don Melesi mi portò un’immagine di Cristo con la lista dei compagni caduti e si accese la speranza”. Ci sono accadimenti importanti, a volte persino decisivi, che scaturiscono da episodi solo apparentemente piccoli e che qualcuno potrebbe giudicare insignificanti, ma diventano veicoli di significati profondi e destinati a lasciare un segno nella storia. Come l’episodio che andiamo a raccontare. Ottobre 1983, nel primo raggio del carcere milanese di San Vittore è rinchiuso un folto gruppo di detenuti appartenenti all’area dell’antagonismo, accusati di costituzione di banda armata e di numerose rapine e attentati. L’Italia sta lasciandosi alle spalle gli anni di piombo, ma per coloro che ne sono stati i protagonisti ci sono ancora molti conti da saldare con la giustizia. Da tempo e in più di un’occasione il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo della città che per anni era stata teatro di attentati e di efferati delitti, era intervenuto sul tema delle carceri e sulla condizione delle persone detenute, e non a caso nel 1981 aveva scelto proprio San Vittore come prima tappa della visita pastorale nella diocesi ambrosiana.

Ernesto Balducchi - leader dei Comitati Comunisti Rivoluzionari, una delle formazioni che animavano la galassia della lotta armata, a quell’epoca detenuto in quel carcere - ricorda: “In più di un’occasione Martini aveva sottolineato la necessità di “aprire spiragli di luce” nel buio della condizione carceraria, di riconoscere la dignità di persone a tutti i ristretti e di costruire occasioni di incontro e di dialogo anche con chi, come noi, aveva rivendicato la necessità di un conflitto con i poteri dello Stato. In particolare mi aveva impressionato un intervento sulla dimensione sociale del peccato e sulla sua relazione con le condizioni di ingiustizia che possono portare a ribellarsi a quelle condizioni. Da bambino avevo ricevuto un’educazione cristiana, avevo anche frequentato per cinque anni il seminario minore del Pime a Milano, ma poi mi ero incamminato su altre strade fino ad aderire al marxismo e in seguito alla lotta armata. Durante la detenzione era nato un rapporto di amicizia con don Luigi Melesi, cappellano a San Vittore, che periodicamente veniva nel nostro reparto a celebrare la messa, alla quale peraltro partecipavano in pochi ma che spesso diventava un’occasione per dialogare. Era l’ottobre del 1983, mancavano pochi giorni alla commemorazione dei defunti, e in una conversazione con lui gli dissi: “Anche noi abbiamo i nostri morti da ricordare, i compagni caduti negli scontri a fuoco con le forze dell’ordine o con gli estremisti di destra”. Mi chiese un elenco di quelle persone, e pochi giorni dopo mi consegnò un pacchetto di immaginette che recavano su un lato l’immagine di Cristo crocifisso e sull’altro i nomi che gli avevo dato. Non me l’aspettavo: fu un gesto significativo all’interno di un rapporto che si era consolidato nel tempo, mi fece capire che in una stagione in cui sembrava impossibile qualsiasi forma di dialogo con le istituzioni c’era qualcuno che ci considerava uomini e donne da ascoltare e con cui parlare, si riconosceva dignità di persone anche a chi aveva sbagliato. Fu come una fiammella che si accendeva, un pertugio che si apriva davanti a noi, un piccolo segno di speranza a cui ne seguirono altri, molto significativi, che portarono a scelte radicali”.