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di Peppe Aquaro

Corriere della Sera, 6 gennaio 2026

La “Casa” di Mesagne, voluta dalla Cei, a pochi chilometri da Brindisi, accoglie gli indigenti e offre pasti caldi e riparo. La squadra solidale di don Pietro Depunzio ha lavorato senza sosta anche nelle feste. Tutto era pronto per la Notte santa e per la messa di mezzanotte. E il giorno dopo, ci sono stati pranzo comunitario, tombolata, i regali per i bambini. Come in tutte le case ma questo è un luogo speciale. Siamo a Casa di Zaccheo (dal nome dell’esattore del quale parla l’evangelista Luca, che volle incontrare Gesù, convertendosi) sorta dieci anni fa, al posto di un asilo a Mesagne, poco più di 25 mila abitanti nel Brindisino.

“Da noi si può fermare chiunque per la notte o per un pasto caldo: accogliamo tutti coloro che si trovano in una situazione di indigenza”, assicura don Pietro Depunzio, 75 anni, parroco della vicina chiesa-santuario Mater Domini. “La struttura ci è stata donata dal vescovo emerito di Brindisi e Ostuni, Domenico Caliandro, grazie al sostegno della Diocesi e dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, fortemente voluto dalla Conferenza episcopale italiana”, aggiunge il sacerdote che tutti conoscono in questa città risollevatasi dopo anni fortemente segnati dalla malavita. Prezioso il lavoro dei volontari, come quello di Davide Dibello, 23 anni, ballerino: “Per questi amici preparo, a mezzogiorno in punto, le borse del pranzo. Poi, nel pomeriggio, mi cambio e mi dedico alla scuola di danza, dove insegno”. “È grazie a don Pietro se oggi sono un volontario e faccio il cuoco alla Casa di Zaccheo”, aggiunge Vittorio, 58 anni, 24 dei quali passati nel carcere di Tempio Pausania, in Sardegna. “Quando il giudice mi ha permesso di scontare in affidamento gli ultimi quattro anni, qui a Mesagne, ho chiesto a don Pietro se avessero avuto bisogno di un cuoco; del resto, in carcere cucinavo per 300 persone”, aggiunge Vittorio, ormai un uomo libero ma che ha deciso di continuare a spadellare ogni giorno per una sessantina di ospiti della struttura. 

In questa solidarietà spontanea, c’è chi si affaccia alla Casa di Zaccheo semplicemente per sedersi a tavola e fare due chiacchiere con gli ospiti. “Il paese ha sempre risposto con generosità. Ci donano beni e tempo e soprattutto hanno compreso lo scopo della Casa di Zaccheo: ridare dignità a persone che l’hanno persa e si sentono escluse dalla società”, insiste il parroco, mentre saluta il piccolo Bissmillai, 7 anni, uno dei due figli di una coppia somala-eritrea, marito e moglie entrambi sordomuti: nato nella casa di Zaccheo, vive con tutta la famiglia in una delle dodici stanze del primo piano della Casa. 

Su ogni porta è cucita una scritta che richiama uno dei miracoli di Gesù: di fronte alla stanza, “Cana di Galilea” c’è una porta con una fotografia incorniciata: “Quello è Armando Franco, vescovo di Oria, un paese qui vicino, ed ex presidente della Caritas: quando è morto, i suoi familiari hanno donato l’arredamento della sua stanza”, dice don Pietro. Al pranzo di Natale sono stati i parrocchiani della chiesa Santissima Annunziata di Mesagne a cucinare, mentre nel pomeriggio i volontari organizzeranno una tombolata con gli ospiti.

“Anche i medici volontari dell’ambulatorio, “San Giuseppe Moscati”, della Casa: Giusi, Francesco e Patrizia ci danno una grandissima mano”, spiega don Pietro, mentre viene interrotto dalla signora Enza, insegnante in pensione: “Scusatemi, volevo far vedere al don le calze”. Sono le calze della Befana, preparate per i venti bambini che frequentano Casa Zaccheo, cucite dal Laboratorio di sartoria solidale: “Le calze saranno donate dall’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, Giovanni Intini, per la gioia dei venti bambini che frequentano Casa Zaccheo”. 

Il laboratorio - “Nel laboratorio realizziamo tovaglie, tuniche per la prima comunione e decoriamo cuscini: tutti i prodotti vengono poi venduti al mercatino natalizio e raccogliamo le offerte per Casa”, spiega Enza, circondata dalle altre parche della speranza: come la nigeriana Faith e la colombiana Sandra, ormai bravissime nell’arte del ricamo. Tutto intorno è un trionfo di stoffe e rocchetti colorati: l’ultimo dono è una macchina per maglieria: “Ma di regali ne arrivano quasi ogni giorno. Alcuni mesi fa, il magazziniere si era accorto che era finito l’olio, stavo per andare a comprarlo quando ho visto un furgoncino parcheggiato davanti al cancello: in pochi minuti sono stati scaricati più di venti litri d’olio”, aggiunge don Pietro, il quale non nega che ci sia bisogno sempre di qualcosa in più (“Dovremmo cambiare gli infissi: ma Dio vede e provvede”). 

Una grossa mano dovrebbe arrivargli da due suore del Kenya: “Presto saranno con noi, subito dopo le feste di Natale, suor Consolata e suor Speranzer: la prima curerà la parte amministrativa della Casa, mentre l’altra sorella si è sempre occupata della dignità e valorizzazione della donna”. Il loro inserimento è stato reso possibile dall’interessamento di monsignor Jackson Murugara, nominato vescovo della diocesi di Meru, in Kenya, da papa Francesco, il quale, nel 2014, era apparso subito entusiasta del progetto della Casa di Zaccheo, presentatogli a Roma da don Pietro. E la domenica del 18 settembre del 2022, proprio papa Francesco, nel corso dell’Angelus, aveva rivolto un pensiero speciale ai poveri e ai volontari della Casa di Zaccheo. Quelle parole di saluto, con la foto del Papa, sono state stampate su una gigantografia appesa sulla facciata della Casa, subito dopo l’albero dal lunghissimo pennacchio. Non è un sicomoro, l’albero sul quale si arrampicò il pubblicano Zaccheo per vedere Gesù mentre entrava a Gerico: ma gli somiglia tantissimo.