di Pasquale Quaranta
La Stampa, 6 settembre 2023
L’avvocato simbolo della Torino antifascista compie 105 anni: “Canapa inoffensiva, meglio la diffusione responsabile che i pusher”. Bruno Segre, un monumento antifascista di Torino, festeggia il suo 105º compleanno con il telefono che non smette di squillare. L’avvocato e giornalista partigiano ci accoglie nel suo appartamento a Mirafiori Nord, al mattino, e poi alla sera mentre si svolge la festa in suo onore presso il Polo del ‘900, sede del Museo della Resistenza, con circa 60 invitati. Solo due settimane fa i giornali avevano erroneamente annunciato la sua morte a causa di una omonimia. “Sono resuscitato”, commenta con un sorriso, mentre ci dona due libri. Il primo è una raccolta di aforismi, pubblicata a sue spese, con l’intento di “far divertire chi legge imparando i valori fondamentali della vita”, scrive nella dedica. Apriamo una pagina a caso: “La vita non è nulla dove manca la libertà” (Körner). Il secondo libro, ancora incellofanato, è la sua biografia curata da Nico Ivaldi, intitolata “Non mi sono mai arreso” (Editrice Il Punto).
Avvocato Segre, dopo la Seconda Guerra Mondiale si è innamorato del giornalismo. Che ricordi ha degli inizi e cosa ha imparato?
“La mia prima esperienza appassionata risale ai tempi dell’università. Scrissi una novella per l’unico settimanale illustrato che circolava all’epoca, Le vostre novelle, con la redazione a Milano, nei tumultuosi anni Quaranta. In cambio, ricevetti una busta con un vaglia di 100 lire (circa 75 euro). Toccai il paradiso, era la mia prima retribuzione per quel tipo di lavoro. Quell’esperienza mi ha insegnato che se ti pagano, ti apprezzano. Ho scritto numerose novelle con lo pseudonimo Sicor, la traduzione latina del mio cognome, Segre”.
Poi ha collaborato con l’Ordine dei giornalisti, istituito nel ‘63...
“Mi fu affidato il compito di revisionare e aggiornare l’elenco dei pubblicisti, verificando se lavorassero ancora o fossero in vita, tra altre cose. Non sono diventato presidente dell’Ordine dei giornalisti perché ero già iscritto all’Ordine degli avvocati, la mia principale professione”.
Anche da giornalista, oltreché da avvocato, si è impegnato per la promozione dei diritti civili: qual è il confine tra giornalismo e attivismo?
“Per me, il giornalismo rappresenta una professione ideale perché ti mette in contatto con il mondo, ti consente di comunicare le tue idee e di raccogliere quelle degli altri, offrendo una visione collettiva della società. Il confine dice? È rappresentato dalla lealtà e dalla sincerità. Un vero giornalista è come un medico: deve essere sempre onesto, corretto, pronto a riconoscere i propri errori e mai indulgere in ingiurie. Si può anche ferire qualcuno facendogli un complimento. Ricordo con disapprovazione che alcuni giornali durante la guerra aggiungevano propaganda alle loro corrispondenze, strumentalizzando così una professione nobile e degna e trasformandola in uno strumento di odio e persecuzione”.
Nel mirino della propaganda nazifascista c’erano anche persone omosessuali. Ha dei ricordi a riguardo?
“C’era un odio viscerale contro i pederasti, che venivano perseguitati. Angelo Pezzata fu il primo a denunciare questa ingiustizia. Io cercavo di avvertirli, dicendo loro di non recarsi in questura, poiché sarebbero stati schedati. Li esortavo a non rivelare la loro appartenenza a quello che veniva chiamato “terzo sesso”, perché sapevo che qualora si verificasse un delitto, avrebbero già avuto i loro nomi nei registri e sarebbero stati arrestati in massa”.
Nonostante sia un pacifista convinto, si unì alla Resistenza armata per liberare Caraglio, in provincia di Cuneo. Esistono guerre giuste?
“A causa del mio impegno antifascista, fui arrestato nel 1942 con l’accusa di disfattismo politico e rinchiuso nelle carceri “Nuove” di Torino. In seguito, nel settembre 1944, subii un secondo arresto e finii in una caserma utilizzata come prigione. Dopo essere stato liberato, mi diressi immediatamente verso Caraglio. Lì, c’era la presenza dei sostenitori del regime fascista, che erano armati. Mi affidarono il compito di gestire il diario storico della divisione. Personalmente, non ho mai sparato e nemmeno sapevo come usare un fucile, dato che ho sempre detestato le armi. Ho sempre associato la libertà all’antimilitarismo, considerando spade, gradi e giuramenti come semplici buffonate”.
Quale messaggio vorrebbe condividere con le nuove generazioni?
“Consiglio vivamente di mantenervi lontani dalle droghe. Ho perso mio figlio Elio a causa della droga, ero legatissimo a lui. Il suo nome era un omaggio al mio nome da partigiano durante la Resistenza, quando ero conosciuto come Bruno Serra, detto Elio. Se fossi un legislatore, opterei per la liberalizzazione dell’uso di sostanze inoffensive come la canapa. Preferirei vedere una diffusione responsabile di tali sostanze piuttosto che l’attività di questi spacciatori che si aggirano intorno alle scuole”.
Si considera un riferimento anticlericale?
“Non mi definirei tanto anticlericale quanto antireligioso. Ritengo che finché esisteranno le religioni, continueranno a esistere divisioni tra ebrei, evangelici, buddisti e così via. Il mio punto di vista è che il nemico è la religione stessa, in quanto rappresenta una forma di conforto modesto destinato alle anime più semplici. L’uomo autentico e coraggioso affronta la realtà con occhi sereni, senza bisogno di consolazioni religiose”.
Qual è il regalo più bello che ha ricevuto per il suo 105° compleanno?
“In realtà non l’ho ancora ricevuto, nel senso che quello che desidererei ricevere è la presenza di molte persone in Piazza Savoia il 20 settembre, in occasione dell’anniversario della breccia di Porta Pia. Questo evento rappresenta un importante simbolo di laicità, poiché segnò l’inizio del processo di separazione tra i poteri dello Stato e quelli della Chiesa”.










