di Giovanni Tizian
Il Domani, 6 giugno 2025
La scarcerazione definitiva del mafioso che azionò la bomba di Capaci e sciolse nell’acido il piccolo Di Matteo ci mette di fronte a un bivio: vendetta o giustizia? Brusca si affiliò alla mafia nel 1976. Aveva solo 19 anni e già contava nel curriculum due omicidi. Un predestinato per il crimine, a tal punto da aver avuto come padrino nel rito di affiliazione Totò Riina in persona, il capo dei capi della mafia stragista. Insomma, se fosse il personaggio di un film, sarebbe il cattivo per antonomasia, di quelli che creano una forte repulsione. Eppure il nostro non è un set cinematografico, ma una società fondata sul diritto, con la Costituzione come faro a far luce nell’oscurità della barbarie.
Siamo, in altre parole, in una democrazia che dovrebbe ripudiare, tanto quanto la guerra, l’idea di una giustizia vendicativa fondata sullo slogan del rinchiudi il criminale in cella e “butta le chiavi”. Un tradimento della democrazia. Quante volte è stato pronunciato dai leader della destra nazional-populista? In una miriade di occasioni. È, tuttavia, proprio il profilo criminale di Brusca a mettere alla prova la maturità della nostra democrazia. Di fronte a un soggetto di tale caratura criminale, siamo in grado di accettare che la giustizia è altro rispetto alla vendetta degli antichi?
Il padrino di Cosa nostra ha sfruttato una legge dello Stato, è diventato collaboratore di giustizia. Una legge, peraltro, voluta fortemente proprio da Falcone, pensata per erodere dall’interno Cosa nostra. Che garantisce trattamenti di favore a quei mafiosi, anche i più feroci, disposti a tradire la famiglia criminale per affidare i loro segreti ai magistrati. L’unica strada per penetrare in un sistema che fonda il suo potere sui segreti. La legge sui pentiti è stata una svolta epocale nella legislazione italiana. Ha cambiato la guerra ai clan.
La giustizia è dunque cosa diversa dal dire “Brusca deve marcire in galera”. Non è mai facile confrontarsi con il dolore perpetuo di chi ha perso un familiare trucidato dalle mafie. Perché siamo di fronte a famiglie il cui corpo è sfregiato da ferite incurabile. Per tutta la vita continueranno a sanguinare. Soprattutto quando a mancare è la verità. Come nella stragrande maggioranza dei delitti di mafia. E sul terreno dove è assente la verità, quindi la giustizia, cresce la pianta dell’odio, perciò la voglia di trasformare la pena in vendetta eterna.
Di questi tempi è utile ribadirlo. E ricordarlo anche a chi riveste ruoli apicali nelle istituzioni. Perché se è comprensibile, seppure non sempre condivisibile, la reazione istintiva di alcuni familiari che considerano inaccettabile la liberazione dopo 25 anni di carcere di Brusca, non è accettabile che la presidente del Consiglio si esprimesse così quattro anni fa dopo la notizia della libertà vigilata concessa al sanguinario padrino: “È una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi. L’idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. 25 anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. È una sconfitta per tutti, una vergogna per l’Italia intera”. Un condensato di ignoranza della legge, della storia, dei diritti garantiti in democrazia anche al peggiore dei criminali.
Non si ricordano parole d’indignazione tale per la concessione della libertà condizionale anticipata ai neofascisti condannati per la strage di Bologna (85 morti) cresciuti negli ambienti del Movimento sociale italiano. Peraltro nessuno di loro, a differenza di Brusca e molti altri mafiosi, ha mai collaborato con la giustizia. Ma non deve stupire: è il doppio standard sul garantismo che ha sempre contraddistinto la destra al governo. Trasformare in un caso la liberazione di Brusca, cioè un fatto che non dovrebbe sollevare alcuna polemica per via di una cornice normativa che lo permette, ha però una sua utilità politica: modificare la legge sui pentiti, nemici pubblici dai tempi in cui si erano permessi di raccontare i legami di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con la mafia siciliana. “Una legge da cambiare”, aveva promesso Matteo Salvini, sempre nel 2021, dopo la notizia di Brusca libero in libertà vigilata. Per fortuna a oggi è rimasta solo una minaccia alla memoria di Falcone.











