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di Salvo Palazzolo

La Repubblica, 18 aprile 2022

In un libro i colloqui dell’ex boss con don Marcello Cozzi. Il collaboratore di giustizia, che ha confessato la strage di Capaci e l’omicidio del piccolo Di Matteo, è in libertà da dieci mesi.

“Era come se io vivessi in un’altra dimensione, in un altro mondo”, gli ha sussurrato un giorno. “Era come se lavorassi per un altro Stato, soldato di un altro esercito, ed ero totalmente pieno di quelle regole, di quella mentalità, di quella cultura che tutto il resto per me era sbagliato”. Così Giovanni Brusca si racconta a don Marcello Cozzi, il sacerdote lucano che è stato vicepresidente di Libera, oggi fa parte della commissione voluta da Papa Francesco per la scomunica alle mafie. Un racconto iniziato quando l’ex capomafia diventato collaboratore di giustizia stava in carcere, da dieci mesi è un uomo libero.

“Lui vorrebbe chiedere perdono - scrive il sacerdote - ma mi dice: “Mi accusano di non mostrare esternamente il mio pentimento, però io so che per un omicidio come quello del piccolo Di Matteo non c’è perdono. In simili casi cosa significa chiedere perdono? Non serve né a tornare indietro, né a farlo ritornare in vita. Anzi, a volte penso che farlo è come prenderli in giro, e che forse la cosa giusta è restare in silenzio”“.

Il racconto dell’uomo che ha azionato il telecomando della strage di Capaci e ha commesso decine di omicidi è un capitolo dell’ultimo libro di don Marcello. Si intitola: “Dio ha le mani sporche - il grido degli innocenti, le angosce dei carnefici, l’arroganza dei boss” (Edizioni San Paolo). “Questo libro rappresenta il mio essere prete”, dice l’autore. Lui è un sacerdote che da anni cammina nella terra dei maledetti da tutti, li ascolta, in tanti anni di colloqui in carcere ha anche imparato a intuire quando i percorsi dei cosiddetti “pentiti” non sono autentici, e in quel caso il dialogo si interrompe.

Con Giovanni Brusca, invece, il confronto prosegue da anni. “Al primo incontro, nel carcere romano di Rebibbia - racconta don Marcello - non l’avevo riconosciuto. Mi aspettavo l’uomo visto nelle foto sui giornali. Invece, mi è comparso davanti un signore dall’aspetto gentile e garbato, di mezz’età, capelli corti e barbetta appena pronunciata”.

Il boia di Capaci ha confidato al sacerdote: “Non ho avuto alcuna conversione improvvisa sulla via di Damasco, e non c’è stata neanche un’intima voce carica di chissà quale mistero a parlare alla mia coscienza durante i soli tre giorni che passarono fra il mio arresto e la decisione di dare una svolta. Piuttosto - ha spiegato - ci sono stati una serie di episodi, circostanze, parole e persone che senza dubbio hanno inciso positivamente nel mio animo già in tumulto”. C’è stata soprattutto una donna che ha inciso nella scelta di Brusca: è Rita Borsellino, la sorella del giudice Paolo. “Quel giorno, in una parrocchia lontana da Rebibbia, c’erano anche mia moglie e mio figlio - racconta il pentito - Lei stava con noi come se io non fossi Brusca, mi chiedeva della mia famiglia, di mio figlio. Quanta umanità”.

Con don Marcello, Brusca ha ripercorso anche la sua infanzia. “Quando aveva tredici anni portava da mangiare ai latitanti Calogero Bagarella e Bernardo Provenzano nascosti a un passo da casa sua - scrive il sacerdote nel suo libro intenso - . Fino a ritrovarsi, poi, affiliato a Cosa nostra già a 18 anni, e addirittura per mano di Totò Riina, come in una sorta di predestinazione. Lui che dopo avere lasciato la scuola a dieci anni aveva iniziato da subito a lavorare nei campi. Quando diventò maggiorenne, chiese al padre di riprendere gli studi, lui gli rispose che era ormai troppo tardi”.

Giovanni Brusca aveva 26 anni quando azionò il telecomando dell’autobomba che uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile di via Pipitone in cui il giudice viveva, Stefano Li Sacchi. Aveva invece 35 anni quando scatenò l’inferno a Capaci. Ne aveva 36 quando ordinò la morte del quattordicenne figlio del pentito Santino Di Matteo, tenuto segregato per 25 mesi. Nel giugno 1996, un mese dopo l’arresto, Brusca iniziò a collaborare con la giustizia, anche se all’inizio in maniera non proprio convinta. “Con me lo Stato ha vinto - ha detto l’ex padrino della Cupola a Marcello Cozzi - La legge sui collaboratori di giustizia è una delle armi più vincenti che in questa guerra alla mafia lo Stato si ritrova fra le mani. E Cosa nostra scomparirà se i capi resteranno senza eserciti”. Giovanni Brusca dice anche questo: “Se si vuole davvero vincere la guerra, alla mafia bisogna confiscare le persone, bisogna strapparle manovalanza. Proprio come lo Stato ha fatto con me”.