di Mario Di Vito
Il Manifesto, 23 luglio 2025
L’ex procuratore di Milano: “Critiche come quelle di Nordio sul caso Open Arms oggi sono interferenze, domani saranno ordini. Con la separazione delle carriere si ritiene di rafforzare la terzietà del giudice, ma in realtà ci sarà solo più sensibilità nei confronti delle campagne “legge e ordine”.
Edmondo Bruti Liberati, procuratore di Milano fino al 2015 e in passato anche presidente dell’Anm e di Magistratura democratica, è vero che “la riforma restituisce dignità ai magistrati” come dice Nordio?
La dignità i magistrati se la conquistano svolgendo con impegno, e con gli ineluttabili errori, il difficile compito che la società ha loro affidato. Non hanno bisogno dell’aiutino del ministro, che in realtà è un’umiliazione: con il sorteggio dei togati del Csm si impedisce ai magistrati di scegliere liberamente coloro che reputino più adatti a svolgere il ruolo di gestione e di difesa dell’indipendenza che la Costituzione affida al Csm.
Nel suo ultimo libro (“Pubblico ministero. Un protagonista controverso della giustizia”, Raffaello Cortina Editore 2024) lei descrive la posizione del pm come difficilissima, costantemente sotto pressione. Con la separazione tra requirenti e giudicanti, questa pressione, secondo lei, è destinata ad aumentare o a diminuire?
Il pm è il primo attore, in ordine di tempo, della giustizia penale. Al pm chiediamo di trovare subito il colpevole, per taluno, comunque un colpevole, e di arrestarlo, ma gli chiediamo anche il rispetto rigoroso delle regole processuali, delle garanzie della difesa. Con la separazione delle carriere si ritiene di rafforzare la terzietà del giudice, ma il rischio concreto è che il pm separato sia attratto nella logica di polizia, che sia più sensibile alle pressioni delle campagne “legge e ordine”.
Esistono però molti paesi democratici in cui le carriere sono separate...
In molte democrazie il pm è separato dai giudici, in tutte il governo, tramite il ministro della Giustizia, esercita una qualche influenza sul pm, ma lo fa con molta moderazione. E dove ciò non avviene, vedi Polonia, Ungheria e oggi Usa, è in crisi la democrazia. Oggi, si dice, nessuno vuole un pm sotto l’esecutivo. Ma le norme e gli istituti hanno una loro logica che prescinde dalle intenzioni di chi le ha scritte. E poi vi è la realtà dei fatti. Nordio in più occasioni ha criticato le iniziative dei pm, da ultimo il ricorso per Cassazione per motivi di diritto della procura di Palermo sul caso Open Arms: oggi sono importune interferenze, domani potrebbero essere ordini. Non basta, perché Nordio dileggia e minaccia azioni disciplinari nei confronti di un magistrato, colpevole di aver svolto considerazioni giuridiche sul caso Elmasry. Si sa che in mancanza di argomenti si ricorre all’insulto, qui, però, non è una disputa al bar dello sport, ma è il ministro della Giustizia che interviene in quanto tale.
Veniamo al Csm. Nelle intenzioni di Nordio verrà sdoppiato, sorteggiato e non avrà più voce in capitolo sulle questioni disciplinari. Qui più che di separazione delle carriere possiamo parlare di tentativo di separazione delle correnti?
Per le ragioni che ho detto sono contrario alla separazione delle carriere che era al centro delle proposte di legge parlamentari ora decadute. La legge Nordio è tutt’altro. È, infatti, la riforma, anzi l’azzeramento sostanziale del Csm: spezzettato in due organi non comunicanti, gli si sottrae la competenza disciplinare con un’Alta Corte bizzarra e disfunzionale e, con il sorteggio, se ne affida il funzionamento al caso. Ricordiamo le parole del ministro della Giustizia Guido Gonella il 18 luglio 1959 per l’insediamento del primo Csm: “Lo Stato di diritto vuole che sia garantita l’imparziale giustizia per tutti e perciò avverte che la magistratura ha bisogno di indipendenza, di guarentigie della sua indipendenza. Ora l’indipendenza dei giudici è corroborata da nuove garanzie costituzionali e istituzionali. Un fondamentale precetto costituzionale trova oggi adempimento”. Nel disegno di legge governativo viene mantenuto all’articolo 104 della Costituzione il principio della indipendenza della magistratura. Ma l’organo che garantiva quelle fondamentali guarentigie tanto enfatizzate dal democristiano Gonella, il Csm, è ridotto alla quasi irrilevanza. E qui si tratta di indipendenza della magistratura tutta, non solo dei pm, ma anche dei giudici.
Non vede il rischio che il futuro referendum costituzionale diventi una sorta di sondaggio di gradimento sulla giustizia? In quest’ottica i dati delle indagini demoscopiche non sono certo entusiasmanti per gli uomini e le donne di tribunale…
Si dà per scontato che attraverso una “blindatura al quadrato” sia ridotto a mera formalità quel percorso su due successive letture, con congruo intermezzo temporale, che il saggio costituente aveva previsto. Un referendum presentato come “separazione delle carriere” sarebbe frode di etichette. Un referendum sulla magistratura, come qualcuno già lo presenta, sarebbe grave, non per la magistratura, ma per il dibattito e il confronto sulle nostre istituzioni. In tutti i recenti sondaggi di opinione il livello di fiducia nei confronti della magistratura del terzo potere è attestato sopra il 45%. Non è molto, ma è un dato molto più alto, quasi il doppio di quello della fiducia per il parlamento e per i partiti. Di questa complessiva scarsa fiducia nelle istituzioni della nostra democrazia dovremmo tutti preoccuparci, piuttosto di cercare di minare anche la fiducia nella magistratura, l’istituzione cui è affidato il delicatissimo compito della tutela dei diritti, della soluzione delle controversie tra i privati e della repressione dei reati, questioni essenziali per la convivenza civile.











