di Francesco Grignetti
La Stampa, 11 novembre 2025
L’ex procuratore di Milano: “L’obiettivo è cambiare gli equilibri tra i poteri. Attenzione a rivedere la Costituzione: gli effetti si vedranno sul lungo periodo”. Che un italiano su tre non abbia ancora deciso come votare al referendum, in fondo lo considera un bene. Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore capo di Milano ed ex presidente dell’associazione nazionale magistrati, è convinto che a spiegare bene le cose, gli indecisi si convinceranno che questa riforma del governo Meloni non s’ha da fare. “Perché le riforme costituzionali vanno ponderate bene e fino in fondo. Hanno effetti di lungo periodo. Oggi con questa riforma si innesca una tendenza, che non avrà effetto immediato, ma inevitabilmente, non domani, forse non dopodomani, ma alla fine porterà al controllo del governo sui pubblici ministeri”.
Dicono: sarà un referendum sulla separazione delle carriere. Il Sì o il No sarà facile...
“E invece no. Intanto una premessa. La separazione delle carriere non è nemmeno citata nel titolo di questa legge. È una truffa terminologica. Nella legge c’è anche la separazione delle carriere, ma il piatto forte è lo sdoppiamento del Csm, il sorteggio tra i magistrati, lo scorporo della funzione disciplinare a favore di una Alta corte di disciplina. In due parole: non è una riforma della giustizia, ma dell’ordinamento giudiziario”.
Ossia, semplificando molto, la riforma non tocca la giustizia, ma chi amministra la giustizia, ovvero i magistrati?
“Si modifica l’organizzazione della magistratura. E quindi il rapporto tra i poteri. In particolare, il rapporto tra governo e magistratura”.
Anche il rapporto tra Parlamento e magistratura?
“Un problema è che questa riforma costituzionale così rilevante ed incisiva ha di fatto esautorato il procedimento di revisione della Carta previsto dal costituente. Perché su una vicenda così rilevante c’è stata la blindatura per quattro letture, senza che fosse cambiata una virgola dal testo proposto dal governo”.
E lei che cosa direbbe agli italiani? Che lo status quo non si tocca perché è il migliore tra quelli possibili?
“Guardi, io non amo le semplificazioni, tipo la Costituzione più bella del mondo. Questa nostra Carta, però, sulla giustizia ha un equilibrio preciso che passa attraverso l’appartenenza a un unico corpo dei magistrati e dei pubblici ministeri, la obbligatorietà dell’azione penale, l’indipendenza della magistratura affinché tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge. Oggi non c’è nessuno che possa dire al pubblico ministero e poi al giudice che cosa fare”.
Ovviamente va detto che nella riforma non c’è la dipendenza del pm dal governo. Però forse un retropensiero ci sarebbe. Quando ad esempio il ministro Carlo Nordio, rivolto a Elly Schlein, ha detto che in fondo questa riforma potrebbe interessare anche lei un domani.
“Nordio è spesso naif, ma probabilmente si è lasciato sfuggire qual è la vera realtà delle cose, e cioè l’insofferenza verso il sistema dei controlli. L’abbiamo visto con la prima reazione della Presidente del Consiglio, poi mitigata, nei confronti della Corte dei conti sulla vicenda dello Stretto di Messina. “La Corte dei conti non deve mettere il naso! “. E invece no, la Corte dei Conti è stata costituita esattamente per quello, per esaminare i conti”.
Lei c’era ai tempi di Mani Pulite. Non sente odore di rivalsa della politica nei confronti della magistratura?
“Farei attenzione a ripercorrere la storia della Repubblica. Però è vero che per molti anni i principi di indipendenza (introdotti dalla Costituzione del 1948, ndr), in particolare da parte del pubblico ministero, non sono stati introiettati fino in fondo. Ricordiamoci della procura di Roma quand’era definita il porto delle nebbie”.
Beh, ci sono stati anche i molti anni nel dopoguerra durante i quali la magistratura siciliana e calabrese non citava mai la mafia.
“Erano le ritrosie dei procuratori generali dell’epoca. Come dicevo, per anni è stato difficile far diventare realtà il principio che la magistratura indaga anche sui potenti. E sulla politica. Ma succede così con le riforme costituzionali: gli effetti si vedono sul lungo periodo. .. Poi abbiamo avuto Mani Pulite, che è intervenuta su un fenomeno diffuso di corruzione. Ci sono stati errori, ci sono stati eccessi, ma noi non possiamo oggi pensare di rimettere in discussione proprio questo principio fondamentale. E invece l’uscita del ministro Nordio è rivelatrice”.
Voi magistrati sostenete che si finirà con la sottomissione del pm all’Esecutivo...
“Formalmente resta il principio dell’indipendenza della magistratura, sia quella giudicante, sia quella del pubblico ministero. Ma noi sappiamo che occorrono degli strumenti di tutela di questa indipendenza e lo strumento di tutela che noi abbiamo, e che hanno anche molti altri Paesi pur se in forme parzialmente diverse, è il Consiglio superiore della magistratura. Qui lo si indebolisce e lo si riduce quasi all’irrilevanza. Il risultato è che si mantiene la proclamazione dell’indipendenza, ma non avrà più le tutele. E quindi, non sarà domani, non sarà dopodomani, ma si ci si mette su un piano inclinato che ha una direzione unica”.
Secondo il sondaggio di Alessandra Ghisleri, pubblicato ieri da questo giornale, tra chi ha deciso come votare, c’è una lieve maggioranza di cittadini a favore della riforma...
“Intanto è un bene che ci siano molti che ancora non hanno deciso. Auspico un ampio confronto sul merito per far capire a tutti la portata di questa riforma. Che non è solo sulla separazione delle carriere. Detta così, è una truffa terminologica. C’è sì la separazione delle carriere, ma il nucleo forte è ben altro. Bisogna guardare al tutto, allo sdoppiamento dei Csm, al sorteggio, all’Alta corte di disciplina”.
Si dice: è il modo per togliere potere alle correnti della magistratura associata...
“Non è affatto così. Bisogna guardare al significato principale della riforma, che è stato definito pubblicamente come riequilibrio dei poteri. Se le decisioni della magistratura non sono gradite, per esempio in materia di trattamento degli stupefacenti come dice il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il Parlamento può cambiare le leggi, non dire ai giudici e ai pubblici ministeri che cosa devono fare”.











