di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 16 maggio 2023
Le testimonianze dei rifugiati raccolte da una Ong tedesca: violenze sistematiche e detenzioni inumane. Appena varcata la frontiera dell’Europa, dopo tre giorni di fuga a piedi attraverso la Turchia, Barsat è stato sbattuto in una cella di pochi metri quadri con altre 24 persone, in condizioni igieniche talmente orribili che dopo pochi giorni gli è venuta la scabbia. Non ha mai visto un medico, e per la sua famiglia in Afghanistan era sparito: prima di chiuderlo nella lurida cella infestata di cimici, la polizia bulgara gli aveva sequestrato il cellulare. C’era un solo bagno, attaccato alla cella, senza possibilità di chiudere la porta. La doccia era consentita una volta ogni due settimane. E se aveva sete, il ventiduenne poteva bere solo dal rubinetto del bagno. Ogni giorno un poliziotto entrava nella cella e picchiava tutti con un bastone, insultando, urlando “sei illegale, perché sei venuto qui”.
Benvenuti in Bulgaria, porta dell’Europa, inferno dei profughi. Barsat mi ha raccontato la sua esperienza al telefono, ora è in Germania da suo fratello Fawad. È in famiglia, ma non è al sicuro. Nonostante i mostruosi maltrattamenti subiti a Sofia, in base al Regolamento europeo di Dublino, Barsat dovrà essere rispedito lì. Le autorità tedesche hanno già provato a prelevarlo a dicembre, alle tre di notte, ma lui è riuscito a scappare. Ora si è affidato a un avvocato. E il suo destino è appeso a un filo.
Testimonianze come queste, di sistematici maltrattamenti dei rifugiati siriani, afghani, iracheni in Bulgaria si stanno rapidamente accumulando negli archivi delle Ong. L’associazione cristiana tedesca “Matteo” ne ha raccolte 75, il loro dossier verrà pubblicato oggi in Germania e noi siamo in grado di anticiparne i contenuti. Fanno accapponare la pelle: sono storie simili a quelle di Barsat. Storie di profughi in fuga dai talebani afghani o dalla tirannide siriana, che “avrebbero diritto all’esame della richiesta di asilo in Europa” come ricorda “Matteo”, e che vengono interrogati e picchiati selvaggiamente, stipati in letti infestati di insetti, costretti a dividersi in decine di celle lerce e minuscole.
Anche Anwar, 25 anni, è nel dossier di “Matteo”. Viene da una famiglia siriana i cui famigliari sono stati torturati nelle famigerate carceri di Assad. È il fratello a raccontarmi la sua storia, si raccomanda di non mettere il cognome “per non fargli passare dei guai”. Anwar è in Germania ma anche lui è passato attraverso la Bulgaria e per le autorità tedesche deve essere rispedito lì. La polizia bulgara, ancora prima di rinchiuderlo in prigione, lo ha picchiato con una spranga, con una tale violenza che a distanza di un anno non riesce ancora a muovere un braccio. Poi lo ha incarcerato per tre giorni, nudo, in una cella gelida, senza dargli mai da mangiare. In Bulgaria, Anwar non ha mai visto un medico ed è stato rinchiuso per altri 13 giorni in una cella minuscola con altre decine di profughi. Anche lui pensava che in Europa sarebbe stato al sicuro. E invece.











