di Francesco Rigatelli
La Stampa, 27 giugno 2026
Il presidente del Pen international: “I curdi in Turchia, una storia kafkiana”. “Ho scritto un romanzo su Kafka in curdo, perché la vicenda del mio popolo è kafkiana. In Turchia le norme democratiche e lo stato di diritto non vengono rispettati. Ci sono posti del mondo in cui simili conquiste reggono, ma vanno protette e bisogna lavorare perché vengano estese”. Burhan Sönmez, 61 anni, scrittore e avvocato turco di etnia curda rifugiato in Inghilterra, presidente del Pen international (la più grande associazione di autori contro la censura), domani riceverà il Premio Hemingway a Lignano Sabbiadoro.
Che lavoro è fare il presidente del Pen?
“Si avverte un forte senso di responsabilità. Mentre oggi posso scrivere il mio libro e muovermi liberamente, a livello globale cresce il numero di scrittori privati di questo diritto, e dunque la preoccupazione. Sento che dobbiamo impegnarci di più”.
Qual è la funzione del Pen, che rappresenta 40mila poets, essayst e novelist (poeti, saggisti e romanzieri) da cui il nome?
“Il Pen opera per promuovere la letteratura e si batte per la libertà di espressione. Purtroppo, negli ultimi anni, molti Paesi si sono orientati verso politiche populiste. Di conseguenza, la libertà e i diritti umani vengono presi di mira, e scrittori e giornalisti ne risentono. Il nostro compito è di batterci per loro”.
In quali Paesi, anche insospettabili, ce n’è più bisogno?
“Osservando la mappa del mondo, vediamo molti Paesi in ogni continente contrassegnati da un segnale di allarme rosso. Dal Myanmar alla Colombia, dagli Stati Uniti all’Eritrea, si riscontrano problemi quasi ovunque. In un rapporto pubblicato di recente abbiamo segnalato che il numero di scrittori incarcerati nel mondo ha superato quota 400: una cifra che non si registrava da tempo. L’elenco è lungo e ai primi posti figurano paesi come Iran, Israele, Cina e Turchia”.
Perché ha preso questo impegno?
“Mi dedicavo ai diritti umani già prima di assumere l’incarico. È una parte naturale della mia vita. Ora vorrei coniugare quel medesimo dinamismo con la letteratura e la libertà”.
Perché è fuggito dalla Turchia?
“Ho rischiato di morire dopo essere rimasto ferito in un’azione della polizia. Contemporaneamente sono stato condannato al carcere e minacciato dai servizi segreti”.
Si sente un sopravvissuto?
“Sì, lo sono”.
Nel suo libro Istanbul Istanbul (Nottetempo) ha denunciato la tortura di stato, oggi è cambiato qualcosa?
“Magari la situazione fosse migliorata! Le lamentele riguardo a questo problema persistono in Turchia e in molti Paesi del mondo”.
In Pietra e ombra ha affrontato le persecuzioni verso le minoranze: curdi, armeni e cristiani. Perché è importante ricordarle?
“La privazione della libertà e dell’uguaglianza crea una ferita. Finché questa rimane aperta, continuiamo a parlarne. In un luogo si tratta di una questione femminile; in un altro di povertà; altrove è una questione di sopravvivenza culturale o nazionale”.
Perché ha scritto per la prima volta in curdo il suo ultimo libro, Gli amanti di Franz K.?
“Il curdo in Turchia è stato vietato ed escluso dall’istruzione. Avevo 26 anni quando questi limiti vennero revocati, ma nei fatti rimane una lingua sotto assedio e incatenata per diversi aspetti. Avevo sempre desiderato tornare al curdo, al suono della mia infanzia, e ho pensato che un romanzo su Kafka fosse il modo più adatto per farlo. La nostra condizione può essere compresa soltanto attraverso la lente dell’assurdo kafkiano”.
Come vede la situazione della Turchia di oggi?
“Esiste un regime autoritario che si sostiene grazie al pieno appoggio dei governi europei e degli Stati Uniti. Non prende di mira soltanto i curdi o i socialisti, ma come si è visto nell’ultimo anno è in grado di colpire il principale partito di opposizione (socialdemocratico) e di arrestare importanti suoi esponenti tra cui il sindaco di Istanbul. Eravamo nell’oscurità e, purtroppo, sembra che tale oscurità persista”.
Cosa ha significato per lei l’esistenza di un’Occidente in cui rifugiarsi?
“La democrazia è un valore conquistato attraverso le lotte degli oppressi in Occidente come in Oriente, sebbene sia più saldamente istituzionalizzata in alcuni luoghi e altrove risulti più fragile. Nonostante tutte le loro carenze, i Paesi occidentali rispettano ancora le norme democratiche e lo stato di diritto”.
In che stato si trova l’Occidente?
“Esistono due Occidenti: quello dei governi e quello dei popoli. Mentre cresce l’esigenza dei cittadini di maggiore prosperità ed equità, i governi si orientano verso politiche che alimentano discriminazione e malcontento. Crescono così movimenti populisti che mirano a smantellare le istituzioni democratiche: il loro obiettivo finale è trasformare il proprio Paese in una realtà simile alla Russia o alla Turchia”.
Come impedirlo?
“L’Occidente si è strutturato nel tempo dotandosi di istituzioni democratiche e ha ormai raggiunto il proprio limite storico. Invece di sviluppare ulteriormente la forma socio-politica esistente, si confronta continuamente con i medesimi problemi e scende a compromessi sui risultati raggiunti. Il mondo intero dovrebbe fondarsi su una prospettiva radicata nella solidarietà, con l’obiettivo dell’uguaglianza e della libertà. Non sembra esservi alcuna potenza globale in grado di farsi promotrice di tale iniziativa, e all’Occidente manca questa visione”.
La democrazia si salverà?
“Dipende interamente da noi. Se non facciamo nulla, cioè se non lavoriamo per rafforzarla, la crescente ondata autoritaria farà regredire il mondo di cento anni. Torneremmo, di fatto, alla situazione degli anni ‘20 e ‘30”.
E la libertà di stampa?
“La libertà di stampa è parte integrante della democrazia: l’una non può esistere senza l’altra. Anche per questo è necessario rafforzare il nostro impegno di solidarietà internazionale”.









