varesenews.it, 7 dicembre 2022
Grazie al Gruppo Presepi Marnate e al Rotary club lo scorso 3 dicembre si è tenuto l’incontro “Chi è senza peccato”, dedicato alla situazione delle nostre carceri, fra volontariato, reinserimento e inclusione sociale.
Un argomento divisivo, scomodo, che difficilmente vedrà compattezza di pensiero nei dibattiti. Eppure la determinazione di chi sceglie di impegnarsi in questa battaglia permette a tante iniziative lodevoli di concretizzarsi. La situazione delle carceri, i diritti dei detenuti, le azioni concrete volte a migliorare le loro condizioni di vita: di questi temi spinosi si è discusso lo scorso 3 dicembre a Marnate, con una schiera di ospiti capaci di puntare con intelligenza i riflettori su questa realtà.
“Chi è senza peccato”, questo il titolo della conferenza, tanto ha saputo trasmettere al pubblico presente in sala consiliare e a chi ha seguito la diretta sui social. Il merito è dei relatori e di chi ha dato vita alla serata, quei ragazzi del Gruppo Presepi Marnate che quest’anno sono arrivati al periodo dell’Avvento con tante emozioni nel cuore, grazie all’esperienza di volontariato con i detenuti.
A parlare della realtà del carcere è stato in primis don David Riboldi, cappellano della Casa Circondariale e promotore del progetto “La valle di Ezechiele”, che offre un’opportunità lavorativa a detenuti o a coloro che hanno pagato il loro debito con la giustizia. Il suo lavoro quotidiano fianco a fianco di chi sta scontando una pena, gli ha permesso di offrire esempi concreti di problemi che possono insorgere, come la possibilità di fare una sola telefonata a settimana.
“E se in quei pochi minuti ci si dimentica di comunicare qualcosa di importante, dalla necessità di nuovi calzini, a richieste di altro tipo ai familiari? Si deve attendere sette giorni - ha spiegato provocatoriamente il sacerdote - Allo stesso modo se c’è un lutto in famiglia, non c’è modo di parlare prima con i propri cari. E quanti di noi conoscono i numeri di telefono a memoria? Anche questo costituisce un problema. Una situazione che contraddistingue l’Italia e si diversifica dalle carceri straniere”.
Richieste eccessive? Qualcuno sosterrebbe di sì, ma questa la risposta di don Riboldi: “Se non investiamo nei contatti con i familiari di un detenuto, come farà una persona uscita dal carcere ad avere una rete di relazioni utili al reinserimento?”.
Un punto ripreso anche da Paolo Maltese, di Rotary Club Passport Innovation District 2110 - al fianco dell’associazione di Marnate nell’organizzare la serata - che ha evidenziato come la pena debba essere educativa e quindi è necessaria una riflessione sulla sua conclusione, sulla realtà del “fine pena”. “Una pena che non finisce mai non è una pena: le norme parlano di rieducazione, ma questo in Italia non avviene, un uomo non è la sua pena. Tutti dobbiamo fare un importante lavoro per superare i pregiudizi”.
Dell’esperienza in un carcere ha potuto parlare anche Stefano Sgarella, regista del docufilm Exit, realizzato grazie a due anni di esperienza a contatto dei detenuti e dei volontari del reparto “La nave di San Vittore” nell’omonimo carcere: un lavoro che ha inciso profondamente nel professionista, ma soprattutto nell’uomo, che si è trovato a vivere un’esperienza emotivamente molto forte. Da Fabrizio Capaccioli, imprenditore e vicepresidente Gbc Italia, il richiamo a non dimenticare la dignità umana.
E come invece lavorare sulle cause della delinquenza? Con un’attenzione ai processi educativi: questa la riflessione di don Stefano Guidi, direttore Fom, Fondazione Oratori milanesi, chiamati direttamente in causa dalle parole del sacerdote. “C’è un problema educativo, che si manifesta con l’alto numero di abbandono degli studi, ai problemi in famiglia: scuola, oratorio e società devono avere gli strumenti per educare”.
La serie di interventi è stata anche interrotta da una domanda da parte di una persona del pubblico, critico sulle riflessioni relative ai diritti dei detenuti. A dimostrazione di quanto questo argomento sia spinoso, ma, proprio per questo, sia importante parlare, discutere, approfondire, proprio come hanno fatto Maltese, don Guidi, don Riboldi, Capoccioli e Sgarella, nel dibattito moderato dalla giornalista di Prealpina Veronica Deriu.
La risposta finale di Maltese ha messo in evidenza il nocciolo della questione: “Abbiamo forse dimenticato quanto la privazione di libertà durante il lockdown ci abbia fatto soffrire? Ricordiamolo, perché la detenzione è già una punizione e per chi si trova in carcere non deve venir meno la dignità umana”.










