legnanonews.com, 30 ottobre 2026
Nel tribunale di Busto Arsizio l’incontro di giustizia riparativa tra Salvatore Insenga, cugino del magistrato ucciso dalla mafia, e due degli uomini coinvolti nel delitto. “Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”. Quel colpo di pistola è stato esploso il 21 settembre 1990 sulla strada tra Canicattì e Agrigento, spegnendo in un secondo la vita del giudice Rosario Livatino, e lasciandosi alle spalle decenni di “dolore devastante, gridato dentro casa”. Quel colpo di pistola che 36 anni dopo in un’aula del Tribunale di Busto Arsizio, ha portato al miracolo laico del perdono, per molti versi inimmaginabile e proprio per questo capace di lasciare con gli occhi lucidi anche chi in quell’aula quotidianamente assiste a processi e condanne.
Un perdono che parte da lontano, e che giovedì 29 ottobre ha trovato forma in un abbraccio che sulla carta sembrava impossibile: quello tra Salvatore Insenga, cugino di Rosario Livatino e suo unico familiare vivente in linea diretta, e due degli uomini che del “giudice ragazzino” hanno provocato la morte, Paolo Amico e Salvatore Calafato, protagonisti del percorso di giustizia riparativa al centro dell’incontro organizzato da don David Maria Riboldi, cappellano della Casa Circondariale di Busto Arsizio, per “medicare una ferita pubblica inferta alle istituzioni, in un luogo delle istituzioni”.
In aula Calafato e Amico, partendo da quel 21 settembre 1991, hanno raccontato una “vita di pena” ma anche “di riflessione e revisione”, che dalle macerie dello “strazio” provocato e dalla “coscienza sporca” è approdato alla “conversione”. “Avevo il desiderio di chiedere perdono ai genitori di Livatino - ha spiegato Amico -, ma ero ancora troppo impregnato di quella mentalità mafiosa e del timore di essere giudicato e non ho mai fatto il passo di chiederlo. Nel tempo ho maturato la consapevolezza di farlo ma era tardi, i genitori non erano più in vita, e oggi abbracciare Salvatore è stato come abbracciare loro: ho sentito la carezza di misericordia di Livatino”. “Ai ragazzi - ha invece sottolineato Calafato - dico sempre di imparare dai libri, dai professori, e di rispettare i genitori perché dalla strada e dalle cattive amicizie non si può imparare niente. Quando un gruppo di amici prende una strada deviata, devono allontanarsi e rispettare sé stessi e gli altri”.
Ed è tutto qui il senso non solo dell’incontro, ma della stessa giustizia riparativa, quella che Salvatore Insenga vorrebbe ribattezzare “giustizia pacificatrice”, perché “certe cose non si riparano, ma dobbiamo dare forma a qualcos’altro, ad una giustizia di pace”. “Rosario ha influenzato la mia vita da vivo, avevamo delle bellissime discussioni sulla fede, sulla filosofia, sulla politica che mi hanno aiutato a formarmi. Ma la sua influenza è stata ancora più forte dopo: mi sono ritrovato all’improvviso con il dolore devastante dei miei zii, gridato all’interno della propria casa e mai fuori. È stato un momento di devastazione, un momento lungo, che sinceramente mi ha portato a odiare chi lo ha ucciso con tutto il cuore. Ci sono voluti 28 anni circa di preghiera e di passeggiate nella coscienza per maturare l’idea che forse non li odiavo più”.
“L’odio è un carcere senza sbarre: non ci sono agenti di custodia, non ci sono giudici di sorveglianza, è un carcere in cui ti metti tu e ne esci solo con la preghiera, altrimenti ti devasta. Il perdono, ha liberato me e spero che liberi loro perché ho imparato che spesso non sappiamo perdonare i nostri errori, le nostre tragedie, quelle che ci siamo autoinflitti. Il mio sogno è poter rivedere tutti i coinvolti nella chiesa di Santa Chiara di Canicattì e dove è successo il martirio per pregare insieme e dire al mondo che l’odio non ripaga, che c’è sempre la speranza di poter andare oltre, che un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”.
Parole, quelle di Amico, Calafato e Insenga, che interrogano le coscienze e scrivono una pagina diversa e inedita giustizia, quella stessa giustizia umana che a volte sembra inconciliabile con quella divina. “La giustizia umana e la giustizia di Dio si possono incontrare - è stata la riflessione finale dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini -? La prima reazione è quella di dire che sono diverse: la giustizia umana deve applicare la legge per custodire il bene della società, e chi infrange la legge deve essere punito; la giustizia di Dio, invece, guarda alla persona, Cristo dice “Muoio per i peccatori”, non “Punisco i peccatori”. Ma possono trovare una convergenza nel bene comune, nel bene della convivenza tra le persone. La legge è fatta per custodire il bene, e così anche la cura delle persone”.
Nato nel 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento, Livatino dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo diventa vicedirettore in prova dell’Ufficio del Registro. Diventato magistrato, nel 1978 viene assegnato al Tribunale di Caltanissetta e poi, un anno dopo, a quello di Agrigento, come sostituto procuratore, ruolo che ricoprirà fino al 1989, prima di essere nominato giudice a latere. Sono gli anni in cui Livatino alza il velo sui finanziamenti regionali sulle cooperative giovanili di Porto Empedocle e si dedica ad una serie di indagini su una serie di episodi di corruzione che passeranno alla storia con la Tangentopoli siciliana. Il fiore all’occhiello, però, resta probabilmente l’inchiesta che avrebbe poi portato al maxiprocesso contro le cosche di Stidda di Agrigento, Canicattì, Campobello di Licata, Porto Empedocle, Siculiana e Ribera.
Proprio sulla strada tra Canicattì e Agrigento la mattina del 21 settembre 1990 Rosario Livatino troverà la morte a soli 38 anni: all’altezza del viadotto Gasena, che oggi porta il suo nome, la sua auto verrà infatti affiancata e speronata da un’altra vettura da cui verranno esplosi colpi di pistola. A nulla varrà il tentativo di fuga nonostante le ferite: inseguito dai killer, Livatino verrà ucciso. Sul luogo dell’omicidio arriveranno, tra gli altri, da Palermo arrivarono il procuratore aggiunto Giovanni Falcone e da Marsala il procuratore Paolo Borsellino. Per arrivare alla verità sulla sua morte ci vorranno tre processi. Il 9 maggio 2021 nella Cattedrale di Agrigento è stato proclamato beato.









