di Andrea Camurani
Corriere della Sera, 15 dicembre 2020
La mazzetta in cambio della libertà o per far avere manodopera a basso costo alla cooperativa collusa. Lui, guardia carceraria, è accusato di essere l'artefice di un meccanismo escogitato per guadagnare soldi da detenuti o ex detenuti che oliando gli ingranaggi si assicuravano la libertà o la chiedevano per il parente ancora in cella.
Un gioco che si è interrotto ieri con le manette a Dino Lo Presti, cinquantunenne di origini siciliane, assistente capo della polizia penitenziaria a cui sono contestati corruzione, rivelazione di segreto d'ufficio, abuso d'ufficio, detenzione di armi da guerra e ricettazione. Oltre al pubblico ufficiale sono finite in carcere quattro persone, mentre altre due sono ai domiciliari.
Le indagini sono partite dopo il ritrovamento, nel 2019, di alcuni cellulari in una cella del penitenziario di Busto Arsizio. Gli agenti carcerari si erano accorti che proprio quei detenuti godevano di frequenti permessi e hanno così segnalato la coincidenza alla Procura che ha cominciato a indagare attraverso la Finanza di Varese.
Il malaffare è venuto a galla partendo dalle intercettazioni sul telefono dell'assistente capo: "...se vuole andare a Bollate io non ho problemi, chiamo alla tipa e ti faccio fare una bella relazione...", diceva al telefono parlando con un ex detenuto. A questo si sono aggiunte le indagini patrimoniali sui conti del Lo Presti (sequestrati 3o mila euro), che ha lavorato a lungo in "area trattamentale" e secondo l'accusa avrebbe qui trovato terreno fertile per interferire, grazie anche alla sua esperienza sulle "relazioni di sintesi", documenti stilati da un'équipe di osservazione che costituisce la base per i benefici concessi dal magistrato di sorveglianza: permessi premio, lavori all'esterno dell'istituto penitenziario o periodi da trascorrere in famiglia e comunque "fuori".
Gli episodi contestati nell'operazione non a caso battezzata "Freedom", sono in tutto quattro: tre corruzioni consumate e una tentata con mazzette che potevano arrivare fino a 3 mila euro per ognuno dei servizi concessi. Per il momento non vi sono altri indagati, in particolare fra i funzionari pedagogici del carcere.
Sono invece finiti nei guai marito e moglie ai vertici di una cooperativa che collabora al reinserimento lavorativo perché accusati di pagare per avere detenuti addetti a ristrutturazioni e manutenzioni: in questo modo avrebbero comunque risparmiato sul costo del lavoro limitato al solo stipendio, in quanto la contribuzione previdenziale è a carico dello Stato.
Durante le indagini - svolte con gps e captatori nei telefoni cellulari - la guardia avrebbe fatto riferimento a caricatori di un'arma da guerra e a beni frutto di alcuni furti, oltre a rivelazioni circa il trasferimento di un detenuto. Ancor prima delle indagini delle fiamme gialle è stato determinante il contributo degli ex colleghi di Lo Presti che non hanno esitato a segnalare le anomalie. "Si avvarrà della facoltà di non rispondere", spiega Francesca Cramis il legale del principale indiziato, "e chiederò la sostituzione della misura per motivi di salute".











