di Sarah Crespi
La Prealpina, 10 settembre 2023
Il dolore e l’appello della madre: “Avete i mezzi, salvate i nostri figli”. “Chiunque abbia informazioni sulle ultime ore di vita di mio figlio me le faccia sapere. Faccio un appello al suo compagno di cella, non voglio creare problemi agli altri detenuti ma ho bisogno di conoscere la verità sulla sua morte”: Nadia è la madre di un ventinovenne deceduto il 6 giugno all’ospedale, in cui era stato portato dal carcere di Busto Arsizio. Aveva disturbi psichici, una storia di tossicodipendenza, prima di approdare a Busto era stato detenuto in altri penitenziari.
“Ditemi cosa gli è successo quel giorno”, chiede tra le lacrime in un intervento a Radio Radicale, e soprattutto lancia un Sos al sistema penitenziario: “Curateli questi ragazzi, avete i mezzi per salvarli con le cure giuste e la rieducazione. Mio figlio non è stato seguito. Non si può morire in carcere a ventinove anni”. L’ultimo colloquio con il ragazzo lo aveva fatto il primo giugno: “Era spento, era ingrassato. Aveva dolori al petto. Mi disse che in infermeria, quando chiedeva una visita, si limitavano a dargli gocce e psicofarmaci. Non è così che risolvono i problemi”.
La storia del ragazzo, arrestato nel 2017 per una serie di rapine, è quella di tanti altri detenuti che escono di scena silenziosamente, salvo casi d’eccezione. Giovedì nella iper affollata casa circondariale di via per Cassano la campana è suonata due volte: per un quarantenne marocchino, stroncato da un malore e per un trentatreenne italiano che si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola annodate.
Era il gennaio del 2013 quando la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per le condizioni di reclusione di sette detenuti di Busto Arsizio e di Piacenza. Dieci anni non sono bastati per dare una svolta incisiva, viceversa gli ospiti dell’istituto bustese sarebbero 250 invece di 430. E da qualche settimana l’amministrazione deve fare i conti con un fenomeno ormai conclamato: lo spaccio di stupefacenti interno.
È la scoperta dell’acqua calda (che tra l’altro dietro le sbarre non è neppure garantita)? Può essere, ma quando dalle leggende metropolitane si passa al riscontro concreto bisogna prenderne atto. E quindi i pochi agenti di Polizia penitenziaria in servizio ora dovranno concentrarsi sulle indagini che consentano di individuare chi tiri le fila del mercato della droga, che è inaccettabile in un luogo deputato alla rieducazione e al reinserimento nella società di chi ignora la legge. Il rischio è che ne risenta il sistema di sicurezza, tanto per il personale della Polpen quanto per i detenuti. Con più agenti e meno ristretti forse ieri l’istituto di via per Cassano non sarebbe stato in lutto.
“Ogni storia è a sé”, premette il segretario generale della Uilpa, Gennarino De Fazio. “Ma il trend allarmante si conferma: siamo al quarantanovesimo suicidio nelle celle italiane dall’inizio del 2023. Il Governo non ne prende atto, non si vedono interventi incisivi. L’organico della Polpen, a livello nazionale, è inferiore di 18mila unità. Il fronte della sanità penitenziaria è altrettanto drammatico. È arrivato il momento di programmare investimenti seri e immediati. Siamo davanti a una catastrofe che non ha nulla di naturale ma che è provocata dall’incuria e dall’immobilismo politico. Servono la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario straordinario per gestire l’emergenza”.









