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di Angela Grassi


La Prealpina, 15 giugno 2020

 

I detenuti sono 90 in meno rispetto ai tempi pre Covid, eppure le forze dell'ordine devono accompagnare i "nuovi ingressi" in altre strutture. A Busto Arsizio non c'è posto. Non perché manchino letti, ma perché ora occorrono celle per la quarantena preventiva di due settimane. E questo ruba spazi, che già non abbondano. Ora in via Per Cassano ci sono 348 detenuti, numeri bassi rispetto alla media abituale. Una ventina di celle sono dedicate a chi viene arrestato e finisce qui direttamente.

"L'isolamento precauzionale dura 14 giorni - spiega Rossella Panaro, comandante della polizia penitenziaria - È capitato di non poter accettare nuovi detenuti, perché i posti dedicati alla quarantena fossero pieni. I problemi logistici esistono, ma prima di collocarli accanto a chi è in carcere da mesi dobbiamo accertarci che i nuovi non siano malati. A breve riprenderanno anche i permessi premio: al rientro in struttura, anche per chi uscirà ci saranno forme di tutela dal punto di vista sanitario. Si torna e si resta isolati per un po', nel rispetto delle direttive regionali.

Succede qui come a Varese o a Como". L'area trattamentale si sta organizzando per questo con la direzione. Proteggere tutti è importante. Chi è recluso da tempo è isolato dal mondo e chi arriva da fuori può rappresentare un pericolo per questa "comunità protetta". "A tutti abbiamo dato le mascherine, devono usarle quando si spostano, in particolare nei momenti di aggregazione con altri - dice Panaro - Il che significa praticamente sempre, perché le porte delle celle di giorno sono aperte. Anche in cella dovrebbero tenere le protezioni".

Il direttore Orazio Sorrentini conferma le difficoltà: "Dobbiamo rispettare con rigore totale regole che non sono state dettate in maniera chiarissima. La direzione regionale ha dettato soltanto indicazioni operative tra le quali il trattamento dei cosiddetti "nuovi giunti", che occupa uno spazio ridotto. Si deve pensare anche a operatori sanitari e poliziotti.

L'isolamento vale per chi viene arrestato, per chi viene trasferito, per chi è stato in ospedale. Avere un detenuto per cella riduce di molto la capienza. E poi non possono prendere aria, né parlare con l'avvocato, dovremmo avere un cortile per ciascuno e 15 giorni sono lunghi perché il flusso è continuo".

Dai guai del sovraffollamento a quelli dell'isolamento, dunque. "Viviamo quanto vivevano negli ospedali cercando spazi per malati Covid. Mancano le stanze. Se ogni nuovo arrivato deve stare 15 giorni in una cella da solo, in un reparto "senza accessi promiscui", non è facile", dice Sorrentini. Due giorni fa un confronto con il direttore sanitario dell'Asst Valle Olona Paola Giuliani ha almeno permesso di definire regole sugli spostamenti per visite mediche: "È stato un confronto franco e diretto. Se il detenuto arriva in pronto soccorso, d'accordo. Ma se va per una visita programmata, non serve la quarantena. Vale per qualsiasi cittadino, deve valere anche per i reclusi".

Dal carcere, intanto, arriva una bella novità. Il cappellano don David Maria Riboldi ha avviato con la falegnameria interna la produzione di crocifissi da parete dalla forma particolare: "La croce si incastra in un cuore a metà, l'altra metà vive nelle famiglie dei detenuti. Rappresenta anche il fatto che il male può entrare nella vita, ma vi entra anche la luce della croce di Gesù - spiega - Sono in abete e noce o in abete e iroco, un legno africano, abbiamo centinaia di prenotazioni. Ora le croci sono già in tutta Italia, dal Milanese a Siracusa. Amici preti le comprano per gli oratori o per regalarne. Il cappellano della base di Grazzanise, nel Casertano, ne ha regalate sette ad altrettanti militari dell'aeronautica partiti per l'Islanda: le croci di Busto sono volate al Nord".