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di Sarah Crespi

La Prealpina, 13 aprile 2022

L’uomo si sentì male, ma gli fu solo data una tachipirina. Era accusata di rifiuto di atti d’ufficio: medico del carcere di via per Cassano, secondo l’accusa non avrebbe visitato un detenuto che una notte lamentava uno stato febbrile anomalo.

Il gup Stefano Colombo l’ha assolta perché il fatto non costituisce reato (il pubblico ministero Carlo Alberto Lafiandra aveva chiesto la condanna). Perché allora - era il 2018 - come oggi nella casa circondariale di Busto i medici sono pochi, la sanità è fragile e non è possibile fare fronte a tutte le emergenze. Il detenuto è comunque vivo e vegeto, anzi, sabato scorso è tornato in libertà e di quella vicenda non ne vuol più sapere nulla.

Difeso dall’avvocato Giovanni Pignataro, era stato lui a sporgere denuncia, sentendosi vittima di trascuratezza e a processo si era costituito parte civile. Accadde che una notte d’inverno l’uomo si svegliò di soprassalto con la testa rovente e brividi fortissimi. Avvertì gli agenti in servizio, c’era la dottoressa di guardia ma con il mandato di visitare solo i pazienti urgenti. In più sapeva che la collega del turno precedente lo aveva già sottoposto ad accertamenti dagli esiti negativi, quindi si limitò a mandargli in cella una tachipirina.

L’indomani la temperatura del detenuto schizzò ancora più in alto, la gola era in fiamme e le ossa doloranti. Aveva la tonsillite e furono necessari gli antibiotici. A suo parere si trattava di un classico caso di omissione, ma il giudice ha dato un’interpretazione più ampia e articolata dei compiti di un medico dietro le sbarre, basandosi sull’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario: c’è discrezionalità e non obbligo di visita. E mancando un protocollo preciso e univoco in materia di sanità carceraria è impossibile parlare di rifiuto d’atti d’ufficio.