di Livio Pepino
volerelaluna.it, 5 maggio 2020
Mentre in tutte le carceri italiane il virus si diffonde (sono ormai 159 i casi conclamati e non si contano quelli sospetti, con detenuti "in isolamento" in celle multiple) e provoca i primi morti, il dibattito e le polemiche non si appuntano sul numero dei reclusi (53.187), tuttora di gran lunga superiore alla capienza reale degli istituti penitenziari (poco più di 47.000 posti), ma sull'avvenuta concessione della detenzione domiciliare per ragioni di salute ad alcuni condannati in regime di 41bis (quattro, forse cinque, a quanto è dato sapere).
La destra populista (da Salvini a Meloni), qualche giornalista affascinato dalle manette e alcuni magistrati antimafia (non tutti, per fortuna) si stracciano le vesti e gridano alla scandalo fino a provocare le dimissioni del direttore dell'Amministrazione penitenziaria (che, in verità, bene avrebbe fatto a presentarle prima per assai più serie ragioni) e a indurre il Governo a varare, il 30 aprile, un decreto legge che inserisce nell'iter decisionale delle domande di detenzione domiciliare di condannati in regime di 41bis il parere obbligatorio della Procura nazionale antimafia. Fin qui tutto prevedibile e previsto e non metterebbe conto parlarne. Il fatto in qualche misura nuovo è che, a quelle, si sono affiancate le voci di esponenti di movimenti antimafia (anche qui non tutti, per fortuna) tradizionalmente sensibili ai temi del carcere e dei suoi ospiti. La cosa impone una riflessione e, auspicabilmente, l'apertura di un confronto.
Conviene, come sempre, partire dai fatti.
I condannati transitati dal regime di 41bis alla detenzione domiciliare sono stati in questi mesi - come si è detto - poche unità. Le polemiche hanno riguardato, in particolare, due casi. Il primo è quello di Francesco Bonura, 78 anni, condannato per associazione mafiosa a 23 anni di reclusione, con fine pena dicembre 2020 (tenendo conto della liberazione anticipata maturata), portatore di gravi patologie oncologiche e cardiorespiratorie.
Il secondo è quello di Pasquale Zagaria, 60 anni, condannato per associazione camorristica a 21 anni e 7 mesi, con fine pena dicembre 2023, costituitosi spontaneamente nel giugno 2007, confesso per gran parte dei delitti contestatigli e di cui, già nel 2015, la Corte d'appello di Napoli, revocandogli la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, aveva escluso l'attualità della appartenenza al sodalizio criminale; Zagaria - va aggiunto - è stato sottoposto nel dicembre scorso a intervento chirurgico per una patologia oncologica con necessità di successive cure impraticabili nel luogo di detenzione (carcere di Sassari) o in presidi ospedalieri prossimi e l'Amministrazione penitenziaria, pur sollecitata dalla magistratura di sorveglianza, non aveva ritenuto di disporne il trasferimento in altra struttura idonea alle cure.
Dunque, due personaggi caratterizzati, da un lato, da un evidente spessore criminale (come risulta dall'entità delle pene inflitte) e, dall'altro, portatori di gravi patologie e destinati comunque a una scarcerazione non lontana per fine pena (nel primo caso fra soli otto mesi). C'erano conseguentemente, all'evidenza, valori diversi da considerare e bilanciare e - va ulteriormente precisato - la detenzione domiciliare è stata disposta in luogo diverso da quello di commissione dei reati e con rigide prescrizioni (nonché, nel secondo caso, per il solo periodo di sei mesi previsto per le cure).
Dopo i fatti, la domanda: i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare, al di là delle sempre possibili diverse valutazioni di opportunità, meritavano le polemiche e i toni cui si è assistito in questi giorni, con accuse ai magistrati di sorveglianza di avere emesso provvedimenti "scellerati", di avere dato un colpo mortale alla lotta alle mafie e alla stessa democrazia e di avere offeso la memoria delle vittime di Cosa Nostra e della camorra? Francamente mi riesce difficile dare una risposta affermativa. E ciò mi fa ritenere che il problema sia più generale ed abbia a che fare con la stessa concezione dell'antimafia, non da oggi a rischio di puntare soprattutto sulla repressione penale e carceraria (possibilmente inflessibile e all'insegna del "buttare via la chiave"). Su questo, dunque, serve un confronto.
Il tema - superfluo dirlo - non è il se dell'impegno antimafia (che è una priorità assoluta, sul piano politico e, prima ancora, su quello etico) ma il modo in cui esso si manifesta e si esprime. La questione è complessa e non si presta a semplificazioni ma c'è, almeno per me, un punto fermo: quello secondo cui lo Stato, per essere - alla lunga - credibile e autorevole agli occhi dei suoi cittadini, deve saper coniugare una risposta alla criminalità senza cedimenti (nella consapevolezza della sua pericolosità e delle sue caratteristiche) con un senso di umanità privo di tentennamenti ed eccezioni.
Quel senso di umanità che è mancato in molte prese di posizione al punto da spingere l'ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flik a esplicitare la sua delusione aggiungendo: "Nel decreto del 30 aprile riconosco addirittura un peggioramento del clima. E assisto alla scena desolante di una Corte costituzionale entrata nelle carceri dalla porta mentre era proprio la Costituzione a uscire, per la finestra, dal sistema penitenziario".
Non è la prima volta in cui si pone la questione dell'entità, dei limiti, dei correttivi possibili della pena a fronte di reati gravi ed efferati (anche più gravi di quelli di cui qui si parla, che non comprendono delitti di sangue). È accaduto, per esempio, negli anni bui del terrorismo. Di quei giorni, in cui molti "padri della patria" arrivarono a invocare la pena di morte (a dimostrazione di quanto sia ricorrente la spinta a rispondere al male con il male), ho un ricordo vivido e un insegnamento incancellabile.
Era il 3 maggio 1979 ed era in corso a Torino un incontro sul terrorismo organizzato dai consigli di fabbrica di Fiat Mirafiori e Rivalta e da Magistratura democratica con la partecipazione di centinaia di operai. Durante l'intervento dell'allora presidente della Camera Pietro Ingrao arrivò la notizia dell'agguato di un commando delle Brigate Rosse alla sede della Democrazia Cristiana di piazza Nicosia a Roma con l'assassinio di due agenti di polizia.
In un'atmosfera di tensione, di emozione e di sconcerto palpabili le parole di Ingrao risuonarono ferme e nette: "Noi vogliamo garanzie profonde delle libertà, del rispetto dei diritti umani e civili anche per chi ha ucciso barbaramente e lo vogliamo non come concessione a chi ha sparato e assassinato, ma perché ne abbiamo bisogno noi; perché se rinunciassimo a tutto questo daremmo la vittoria ai nostri nemici, e non gliela vogliamo dare questa vittoria!".
Il punto, ora come allora, sta qui. Conservare il senso dell'umanità, garantire il diritto alla salute e alla dignità anche di chi ha ucciso non è un cedimento o una concessione al terrorismo e alle mafie ma il modo di salvaguardare la credibilità e la funzione stessa dello Stato, di dimostrare (non ai mafiosi ma) ai cittadini la sua superiorità rispetto alla prevaricazione e alla violenza, di rendere evidente la ragione per cui ad esso occorre affidarsi con fiducia invece che alle mafie.
Così interpreto la felice intuizione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (consegnata a Giorgio Bocca in una famosa intervista a la Repubblica del 10 agosto 1982) secondo cui il problema della lotta alla mafia non è solo quello di rinchiuderne, possibilmente per sempre, gli esponenti ma anche, e soprattutto, quello di trasformare "i dipendenti della mafia in alleati dello Stato": operazione possibile solo in presenza di uno Stato capace, sempre, di anteporre la giustizia alla vendetta e all'annientamento fisico dei suoi "nemici".
È un'utopia? Forse, ma preferisco considerarla una sfida, riprendendo le parole rivolte il 15 novembre scorso dal papa di Roma agli studiosi dell'Associazione di diritto penale: "Tra la pena e il delitto esiste una asimmetria e il compimento di un male non giustifica l'imposizione di un altro male come risposta.
Si tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l'aggressore. [...] Questi sono valori difficili da raggiungere ma necessari per la vita buona di tutti. [...] Non credo che sia un'utopia, ma certo è una grande sfida. Una sfida che dobbiamo affrontare tutti se vogliamo trattare i problemi della nostra convivenza civile in modo razionale, pacifico e democratico" (https://volerelaluna.it/materiali/2019/11/20/il-papa-e-la-giustizia-penale/).










