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di Amos Oz*

Il Dubbio, 3 settembre 2025

“Per prima cosa vorrei presentare il mio amico e collega Izzat Ghazzawi, autore palestinese profondo e toccante, con il quale mi trovo in disaccordo su molte cose, ma cui guardo sostanzialmente come a una voce palestinese autentica, una finestra sincera sull’esperienza dolorosa del popolo palestinese nella seconda metà del secolo, nonché scrittore eccellente, un essere umano meraviglioso e, se posso dire, anche un caro amico. Izzat Ghazzawi e io abbiamo contrasti, e prospettive diverse, idee diverse. È cosa più che naturale - persino all’interno della società palestinese è difficile trovare due persone d’accordo fra loro, e più che mai nella società israeliana.

Ma sarete forse sorpresi dal fatto che comunque esistono molte aree di concordia, o parziale consenso, fra il signor Ghazzawi e me. Gli europei benpensanti, gli europei di sinistra, gli intellettuali europei, gli europei liberali, com’è noto, hanno sempre bisogno di sapere per prima cosa chi sono i “buoni” e chi i “cattivi” in un film. Ora, a proposito del Vietnam era molto facile, sapevamo perfettamente che il popolo vietnamita era la vittima e gli americani erano i cattivi. Per l’apartheid era facile, si dichiarava senza esitazione che quello era peccato, mentre la lotta per i diritti civili, per la liberazione e l’uguaglianza e la dignità umana, quella era giusta. La guerra fra colonialismo e imperialismo su un fronte, e le vittime del colonialismo e dell’imperialismo sull’altro, è relativamente semplice - si può individuare con facilità chi sono i buoni e chi i cattivi. Quando invece si arriva alle radici del conflitto arabo- israeliano, e in particolare ai conflitti israelopalestinesi, le cose non sono più così semplici. E temo che non le renderò più facili per voi dicendovi: questi sono gli angeli, questi i demoni, non dovete fare altro che sostenere i primi, e il bene prevarrà sul male. Non è così semplice, amici miei, non è così semplice perché il conflitto israelo-palestinese non è un film western. Non è una lotta fra bene e male, la considero piuttosto come una tragedia antica, nell’accezione più precisa che la parola assume: lo scontro fra un diritto e un altro, fra una rivendicazione profonda, pregnante, convincente, e un’altra assai diversa ma non meno convincente, pregnante, non meno umana.

I palestinesi sono in Palestina perché la Palestina è la patria, l’unica patria del popolo palestinese. Allo stesso modo in cui l’Olanda è la patria degli olandesi, o la Svezia degli svedesi. Gli ebrei israeliani sono in Israele perché non esiste altro paese al mondo che gli ebrei, in quanto popolo, in quanto nazione, abbiano mai potuto chiamare “casa”. In quanto individui sì, ma non come popolo, come nazione. I palestinesi hanno loro malgrado cercato di vivere in altri paesi arabi. Sono stati respinti, talvolta persino umiliati e perseguitati dalla cosiddetta “famiglia araba”. Nel modo più doloroso, sono diventati consapevoli della loro “palestinesità”: sono stati malvoluti come libanesi, siriani, egiziani, iracheni. Hanno imparato brutalmente che sono palestinesi e che questo è l’unico paese sul quale possono contare. Stranamente, il popolo ebraico è come se avesse un’esperienza storica parallela a quella del popolo palestinese. Gli ebrei sono stati espulsi dall’Europa, i miei genitori sono stati letteralmente cacciati dall’Europa circa settant’anni fa. Così come i palestinesi sono stati cacciati dapprima dalla Palestina e poi da tutti i paesi arabi, o quasi. Quando mio padre era ragazzino in Polonia, le vie d’Europa erano coperte di scritte quali “Ebrei, andatevene in Palestina” quando non di formule ancora meno gentili quali “Maledetti ebrei, tornatevene in Palestina”. Quando mio padre è tornato in Europa, circa cinquant’anni dopo, i muri erano coperti di “Ebrei, fuori dalla Palestina”. Dall’Europa continuo a ricevere sfarzosi inviti a trascorrere rosei week- end in luoghi ameni insieme a colleghi palestinesi, referenti palestinesi, controparti palestinesi, sì da imparare a conoscerci a vicenda, a piacerci a vicenda, a prendere il caffè insieme, a renderci conto che nessuno ha corna e coda, come se così i guai sparissero. Queste iniziative si fondano su un’idea tanto diffusa quanto tipicamente europea, secondo cui i conflitti non sono null’altro che dei malintesi. Una modica terapia di gruppo, un tocco di consulto famigliare, e tutti vivranno felici e contenti. Purtroppo ho delle cattive notizie: alcuni conflitti sono molto reali, sono ben peggio di un malinteso. Ma ho anche delle notizie sensazionali, per voi: temo che non ci sia alcun malinteso di base, fra arabi palestinesi e israeliani ebrei. I palestinesi vogliono la terra che chiamano Palestina. La vogliono per delle ragioni stringenti. Gli ebrei israeliani vogliono esattamente la stessa terra esattamente per le stesse ragioni, il che garantisce una perfetta comprensione fra le parti, e dà la misura di una terribile tragedia. Fiumi di caffè insieme non potranno mai cancellare la tragedia di due popoli che rivendicano, e ritengo con ragione, lo stesso piccolo paese quale unica loro patria, nazione al mondo. Pertanto, un caffè conviviale è cosa meravigliosa, ci sto soprattutto se si tratta di caffè arabo, che è infinitamente migliore di quello israeliano. Ma un caffè insieme non può risolvere il problema. Ciò di cui abbiamo bisogno non è soltanto un caffè che serva a capirsi meglio. Ciò di cui abbiamo bisogno è un doloroso compromesso. Come ho già detto, la parola “compromesso” gode di una terrificante reputazione nella società europea. Ma noi abbiamo necessità di un compromesso. Compromesso, non capitolazione. Compromesso significa che il popolo palestinese non debba mai mettersi in ginocchio, e nemmeno debba farlo il popolo ebraico israeliano.

Parlerò ora della natura di questo compromesso, ma preferisco dirvi sin d’ora che questo compromesso farà dannatamente male. Perché entrambi i popoli amano il paese, perché entrambi i popoli, gli ebrei israeliani e gli arabi palestinesi, hanno radici storiche e sentimentali che li legano al paese nel profondo, in modo diverso ma altrettanto profondo. Uno degli elementi di questa tragedia, uno degli aspetti che contiene un pizzico di ironia, è il fatto che molti ebrei israeliani non riconoscono quanto sia profondo il legame emotivo dei palestinesi con questa terra. E molti palestinesi mancano di riconoscere quanto profonda sia la relazione ebraica con questa terra. La consapevolezza della profondità di queste radici giunge man mano, in un modo doloroso, attraverso un processo straziante per entrambe le nazionalità. Ed è lastricata di sogni infranti e illusioni spezzate e speranze disattese e slogan implosi, attinti dal passato di entrambe le parti. Ho lavorato molti anni per il movimento Pace Adesso. In effetti operavo per una pace israelo-palestinese ben prima che Pace Adesso fosse fondato, nel 1978. Già nel 1967, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, fui tra i primi, sparuti ebrei israeliani che propugnavano l’idea di negoziare il futuro della Cisgiordania e di Gaza non con la Giordania e l’Egitto, ma con la popolazione palestinese e la leadership palestinese e sì, con quell’OLP che all’epoca si rifiutava financo di pronunciare la parola “Israele”. Fu una strana esperienza. Ritengo che il movimento israeliano per la pace, oggi come oggi, sia malandato. Ma debbo precisare che il movimento per la pace in Israele non è la copia dei movimenti pacifisti in Europa o in America, quali erano ai tempi della guerra in Vietnam. Non siamo dell’avviso che se Israele si ritirasse dai territori occupati, tutto sarebbe risolto nello spazio di una notte. E nemmeno riteniamo che Israele sia il cattivo, men che meno l’unico cattivo in questa storia. Siamo per la pace, ma non necessariamente propalestinesi. Siamo molto critici verso la leadership palestinese. Personalmente sono critico verso la leadership palestinese così come lo sono verso quella israeliana. Tornerò in seguito su questo. Ma da alcuni movimenti pacifisti europei ci separa qualcosa di ancor più profondo. In vita mia, sono stato due volte sul fronte. La prima come soldato riservista in un’unità corazzata, sul fronte egiziano, nel Sinai, nel 1967; la seconda sul fronte siriano, nella guerra del 1973. È stata l’esperienza più orribile di tutta la mia vita, tuttavia non mi vergogno di avere combattuto in quelle due guerre. Non sono pacifista nell’accezione romantica del termine. Se mi capitasse ancora di sentire che il mio paese corre il serio rischio di essere cancellato dalla faccia della Terra e il mio popolo massacrato, combatterei nuovamente, benché sia ormai vecchio. Ma lo farei soltanto nel caso fosse una questione di vita o di morte, o nel caso in cui m’accorgessi che qualcuno sta tentando di trasformare me o il mio prossimo in uno schiavo. Non combatterei invece mai - piuttosto andrei in prigione - per del territorio. Non combatterei mai per una camera da letto in più per la nazione. Non combatterei mai per dei luoghi santi, o dei siti santi. Non combatterei mai per dei cosiddetti interessi nazionali. Ma combatterei eccome, combatterei forsennatamente per la vita e la libertà. Per nulla d’altro”.

*Un estratto del libro “Contro il fanatismo”, Amos Oz, Feltrinelli Editore