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cagliaritoday.it, 8 ottobre 2026

La lettera di M.C., 69 anni, alla associazione Sdr dalla casa circondariale di Cagliari. Due le domande di grazia al presidente della Repubblica. Una vicenda complessa che merita attenzione. Un detenuto cagliaritano di 69 anni, che ha trascorso 48 anni in carcere, ha scritto una lettera accorata all’associazione “Socialismo Diritti Riforme” (Sdr) dalla casa circondariale di Cagliari-Uta, esprimendo tutta la sua disperazione: “Dopo 48 anni di detenzione sono davvero stanco. Meglio la pena di morte. Ho perso tutte le speranze”. L’uomo, identificato con le iniziali M.C. e difeso dall’avvocata Roberta Cannas, ripercorre nella lettera una vita segnata dal carcere fin da giovane. Condannato all’ergastolo per un omicidio commesso all’Asinara nel 1982 - dopo una sentenza di assoluzione in primo grado - sostiene di non essere stato il mandante del delitto e che un altro detenuto ne aveva confessato la responsabilità senza essere creduto.

“La mia vita, non era facile, ma è diventata un inferno proprio in seguito a quella condanna all’ergastolo - sottolinea M.C. - arrivata dopo una sentenza di assoluzione in primo grado. Una condanna pesante che ho ritenuto ingiusta e contro la quale ho messo in atto azioni di ribellione, fino a pensare a una evasione.

La mia adesione alla rivolta di Porto Azzurro nel 1987, una vicenda drammatica con gravi conseguenze, ha avuto origine, almeno per me, proprio dal desiderio di ribellarmi a quella sentenza, senza valutare pienamente quali conseguenze ne sarebbero derivate. Avevo 30 anni, pensavo che avrei potuto così riscattarmi. Conclusa quella operazione, che per fortuna non ebbe conseguenze tragiche, mi ero illuso che avrei potuto accedere alla revisione del processo. Niente di tutto questo, anche perché non avevo la possibilità di disporre di un avvocato importante”.

Nella lettera M.C. racconta anche i progressi compiuti nel tempo grazie al confronto con psicologi ed educatori, che gli avevano permesso di accedere ai permessi premio e alla semilibertà tra il 2004 e il 2009. Poi una ricaduta nella dipendenza da cocaina, dalla quale si è disintossicato, e la ripresa dei permessi nel 2015. Nel 2019 gli è stata rigettata la libertà condizionale, nonostante il parere favorevole della direzione del carcere e del procuratore generale. Nel 2020 il ritrovamento di un micro-cellulare spento durante una perquisizione nella sua auto ha comportato la revoca della semilibertà e la perdita del lavoro, pur con l’archiviazione del procedimento in procura.

“Dopo una dolorosa riflessione, piano piano ho iniziato ad accettare il carcere e questa pena all’ergastolo tuttavia - afferma ancora nella lettera - incontro sempre ostacoli per dimostrare che sono cambiato. Dopo 20 anni, grazie al dialogo costruttivo con psicologhe, educatrici e tutti gli operatori penitenziari, ho potuto fruire dei primi permessi premio e della semilibertà tra il 2004 e il 2009. Il 2009 è stato però un anno terribile. Ho avuto una regressione e sono finito nel giro della cocaina. Ho reagito e mi sono disintossicato.

Nel 2015 ho potuto riprendere a fruire dei permessi. Ma non è bastato per farmi ottenere la libertà condizionale che nel 2019 mi è stata rigettata, nonostante il parere positivo della Direzione dell’Istituto e del Procuratore Generale. Ho quindi continuato a fruire della semilibertà. Nel 2020 durante una perquisizione nella mia auto è stato rinvenuto un micro cellulare, peraltro senza sim. Un nuovo disastro. Mi fu revocata la semilibertà e se anche la mia posizione in Procura venne archiviata avevo ormai perso il lavoro e ho patito gli effetti della revoca della misura. Adesso ho un articolo 21 che mi permette di lavorare all’interno della Casa Circondariale.

Ma non ce la faccio davvero più. Penso di poter aspirare alla libertà condizionale ma qualcuno deve darmi un lavoro, darmi un aiuto concreto per riscattarmi. Ho fatto due domande di grazia al Presidente della Repubblica, la seconda qualche mese fa. Cerco un lavoro all’esterno per sopravvivere ma non è facile. Da un po’ faccio fatica la mattina ad alzarmi dal letto e affrontare un’altra giornata in carcere. La mia vita finora è stata un inferno e sono vinto dalla disperazione. Ormai ho quasi settant’anni e per me non intravedo un futuro”.

La presidente di Sdr, Maria Grazia Caligaris, ha commentato la vicenda sottolineando la complessità di una storia che, a suo avviso, merita attenzione: “Quella di M.C. è sicuramente una storia complicata come ce ne sono tante nelle carceri ma 48 anni di reclusione forse meritano un approfondimento e fanno riflettere sul ruolo della detenzione. Dopo quasi mezzo secolo di carcerazione con alti e bassi, errori e ripensamenti occorre forse pensare a un progetto personalizzato e a un affiancamento che possa garantire maggiore efficacia in un percorso di speranza a cui nessuno può sottrarsi”.