di Luigi Alfonso
vita.it, 17 giugno 2026
Ispirato alla “Biblioteca vivente”, il progetto “Liberi dentro per crescere fuori” ha coinvolto un gruppo di detenuti della Casa circondariale di Uta-Cagliari. In buona parte sono genitori di minori. Si sono raccontati al pubblico, con l’obiettivo di contrastare lo stigma sociale che spesso colpisce loro e le loro famiglie. Ecco alcuni racconti. Si sono messi a nudo trasformandosi in “libri umani”, raccontandosi senza filtri per scardinare stereotipi e stigmi sociali. Una decina di persone, tra operatori carcerari e detenuti della Casa circondariale di Uta-Cagliari, sabato scorso hanno animato i Giardini pubblici di Cagliari con l’evento conclusivo di “TuttoMondo”, un’iniziativa che si poneva all’interno del più ampio progetto “Liberi dentro per crescere fuori”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.
L’intervento - ispirato alla “Biblioteca vivente” e condotto dalla cooperativa Elan (capofila) insieme a Panta Rei Sardegna, Solidarietà Consorzio, Exmè & Affini, Casa delle Stelle, la direzione del carcere di Uta, l’Uiepe, il Comune di Cagliari, l’associazione Prohairesis e Aragorn Srl - ha offerto ai detenuti una concreta prospettiva di inclusione, riscatto e cittadinanza attiva attraverso il dialogo e la relazione interpersonale diretta: si rivolgeva specificamente, infatti, a genitori di minori, detenuti presso la Casa Circondariale di Uta o in misura alternativa, con l’obiettivo di preservare il legame affettivo con i propri figli e contrastare lo stigma sociale che spesso colpisce queste famiglie.
I “lettori” (oltre un centinaio) per alcune ore hanno potuto consultare il catalogo dei “titoli” disponibili e prendere in prestito un “libro umano” per una conversazione faccia a faccia della durata di circa 25 minuti. Incontri biografici che si sono trasformati in uno strumento di coesione, nei quali la narrazione di un episodio di vita ha provato a scardinare il pregiudizio attraverso l’ascolto e l’empatia dell’interlocutore di turno.
Un format che è nato in Danimarca - È un’idea che ha radici profonde. Nata in Danimarca negli anni Ottanta, la Human Library, è riconosciuta dal Consiglio d’Europa ed è stata importata in Italia dalla cooperativa sociale AbCittà di Milano, che la propone da 15 anni in tante località italiane: sono già oltre 60 le edizioni portate a termine. L’appuntamento cagliaritano ha rappresentato soltanto il culmine di un percorso di preparazione metodologica coordinato da Ulderico Maggi, esperto formatore che ha strutturato questo specifico approccio di animazione culturale e coesione sociale. Durante gli scorsi mesi di aprile e maggio, nella Casa circondariale di Uta-Cagliari, si sono tenuti numerosi incontri di formazione. I partecipanti hanno lavorato sulla consapevolezza del proprio vissuto, definendo i titoli e le quarte di copertina delle storie che hanno proposto ai cittadini.
“Per vincere i pregiudizi occorre entrare nelle storie delle persone” - “L’idea di fondo è che i pregiudizi si possono smontare o provare ad aggredire con le narrazioni autobiografiche”, spiega Maggi. “Occorre entrare nelle storie delle persone e avvicinarsi a mondi molto lontani. AbCittà lo sta facendo da tanto tempo, anche ma non solo nell’ambito della detenzione, perché è un efficace strumento dei processi partecipativi e culturali. La “Biblioteca vivente” dà risultati in tanti ambiti, persino nel mondo delle imprese: abbiamo fatto un’interessante esperienza nell’azienda di Gucci, a Firenze, in cui per la prima volta persone richiedenti asilo sono state integrate in una popolazione di 1.500 lavoratori italiani. Avevano bisogno di un modo per affrontare questa nuova presenza. Normalmente, utilizziamo la Biblioteca vivente sui grandi temi di animazione sociale, basta individuare un luogo e una tematica specifica che sia locale: perché è vero che nella nostra società ci sono i pregiudizi archetipici con radici storiche - per esempio, l’avversione nei confronti degli “zingari” - ma anche delle specificità locali. E ogni luogo, che sia un quartiere o una città, ha i suoi pregiudizi”.
A Cagliari questa rete di realtà del Terzo settore ha scelto di lavorare sul tema dell’integrazione sociale delle persone detenute e della loro genitorialità. Attorno a questo nodo, si è sviluppata questa edizione isolana. “Lavoriamo moltissimo con il mondo della detenzione”, spiega Maggi. “È uno dei grandi buchi neri in cui si addensano i pregiudizi. E questi permettono che si sviluppino indisturbati dei drammi pazzeschi. In realtà, tutti i sistemi concentrazionari funzionano perché sono chiusi. E dentro questi circuiti si sviluppano le realtà più tragiche: pensiamo ai suicidi, che sono soltanto la punta dell’iceberg e non riguardano soltanto i detenuti, se è vero che nel solo 2025 si sono registrati sette suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria, oltre ai 98 detenuti che si sono tolti la vita. E mi limito ai dati ufficiali. È un mondo irraggiungibile, che sta oltre un muro e nasconde immaginari molto foschi che non possono che peggiorare i vissuti di chi sta dentro il carcere. Ecco, questo strumento dei “libri parlanti” è un potente ponte che avvicina la società a questo buco nero che è lontano, è diverso, è altro”.
Normalmente, un detenuto viene identificato con il reato che ha commesso. “Vero. C’è questo impasto inscindibile, e gli stessi detenuti spesso ci credono”, commenta Maggi. “Non è la complessità della vita di una persona, in cui c’è anche un reato. Questa esperienza avvicina anche nella prossimità fisica. E come AbCittà, non mettiamo mai davanti la tematica, che man mano viene scoperta attraverso la narrazione. Le persone si avvicinano e ascoltano una storia. Questo processo di avvicinamento è volutamente lasciato all’esperienza del lettore o della lettrice, ma anche all’esperienza del “libro umano”: lo chiamiamo così, e non detenuto o detenuta, per non dargli un’etichetta e cadere nel solito errore”.
“La preparazione nel carcere di Uta è stato un processo piuttosto lungo con un gruppo di persone, con cui si è ragionato sui possibili contenuti da trattare. Ovviamente, sono state individuate le persone che avevano determinate caratteristiche nel loro percorso processuale e potevano beneficiare di permessi premio, a discrezione del magistrato di sorveglianza. C’è stata anche una grande discussione sulle possibili reazioni che ciascun “libro vivente” avrebbe potuto avere o incontrare, a fronte della specificità del reato commesso. Per esempio, si è discusso se fosse lecito parlare del reato, se fosse obbligatorio rispondere a una domanda pungente di un “lettore”“.
Durante questo percorso preparatorio, sono emersi diversi aspetti curiosi. “Un giorno, quando i meccanismi ormai erano ben chiari a tutti, ci è stato chiesto: “Ma allora, noi saremo in un luogo pubblico e le persone vedranno che siamo dei detenuti?”. Vedranno che siamo detenuti: un aspetto molto interessante, tipico di chi esce dal carcere, spesso dopo un lungo periodo di detenzione. È la sensazione quasi fisica di avere un marchio addosso. Molti hanno la percezione di essere squadrati dalla gente, in un bar, per la strada o su un autobus, come se gli altri sapessero. Invece, è l’idea di essere stati in un luogo che ti ha impresso nella coscienza il fatto che sei separato dalla società. Proprio quello che la Costituzione vuole controvertire: il carcere, infatti, dovrebbe rieducare. Purtroppo, siamo lontanissimi da questo. Ma si tratta comunque di uno strumento che, insieme a tanti altri, può aiutare a ribaltare la situazione: lo abbiamo sperimentato in tante carceri (per esempio a Lecce, Roma, Milano, Trento, nella stessa Cagliari più volte), con dinamiche pressoché sovrapponibili. Poi ci sono le specificità dei luoghi, per esempio il posizionamento fisico del carcere: ci sono i vecchi istituti di pena che sono stati costruiti all’interno delle città, mentre quelli nuovi ormai sono in periferia. Chi arriva da lì con un bus, fa capire chi è. Allo stesso tempo, le nuove strutture hanno spazi più adeguati dove poter riunire gruppi di detenuti e lavorare insieme a loro, mentre quelle vecchie sono state costruite quando non c’era l’idea delle azioni trattamentali. Si dice che dalla qualità delle carceri si percepisce il livello di una società; ebbene, credo che in Italia abbiamo problemi molto seri”.
“Questo evento scavalca idealmente le mura del carcere per restituire centralità alla persona e alla funzione rieducativa della pena”, racconta Saverio Gaeta, presidente dell’associazione Prohairesis, partner di progetto e responsabile del coordinamento dell’azione TuttoMondo, formata in gran parte da volontari tra i 18 e i 20 anni. “La “Biblioteca vivente” non è una semplice rassegna di racconti, ma un presidio sociale che trasforma lo stigma in una straordinaria occasione di confronto e crescita per tutta la cittadinanza. Ho scoperto questo genere di iniziativa a Milano, per puro caso, e ho fortemente voluto proporla a Cagliari perché qui abbiamo una serie di pregiudizi da abbattere, tra cui quelli sugli immigrati e gli omosessuali. Ormai abbiamo capito che molto spesso l’antipatia nasce dall’ignoranza, cioè dalla mancata conoscenza di un fatto, di una persona o di una tematica”.
“Confesso una cosa: un tempo ero la prima ad avere dei pregiudizi sulle persone detenute. Invece in carcere ho conosciuto molte donne decisamente migliori di alcune che stanno fuori dalle mura. Personalmente, non sento il peso dei pregiudizi e non ne sono preoccupata”. Eleonora, 36 anni, detenuta alla Casa circondariale di Uta-Cagliari, ci sorprende con la sua disarmante sincerità. Ha presentato il racconto dal titolo “La doccia con i tacchi”, uno dei più gettonati.
“Per me è stata una grande opportunità per spiegare alla gente che in carcere ci sono persone che meritano la detenzione e altre che non lo meritano”, spiega. “È molto facile finire dentro, anche per un banale errore. E questo vale per tutti. Ho raccontato il momento del mio arresto, le emozioni che ho provato. Ho già trascorso tre anni dietro le sbarre, ne devo fare altri cinque ma, con la buona condotta, un giorno potrei beneficiare della semilibertà. Per fortuna ho una famiglia che mi sta vicina. Sono molto concentrata su di me e mi ritengo fortunata, rispetto a tante altre persone che stanno peggio. Oggi per me è una giornata speciale, erano anni che non poggiavo i piedi sull’erba. Prima di questa disavventura lavoravo nella penisola. Quando tornerò in libertà, troverò sicuramente qualcosa da fare: ho imparato diverse cose, per esempio a cucinare, a fare la manutenzione del verde, persino alcuni lavori edili. E ho ripreso a studiare”. A una ventina di metri di distanza, su un’altra panchina, c’è un’altra donna. Alessandra è un’educatrice che da alcuni mesi è tornata a lavorare al carcere di Uta, dopo dieci anni passati al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria. Il suo titolo era: “Libera uscita”. “Mi sono messa in gioco perché questo è l’unico modo di fare le attività con i detenuti, cioè insieme a loro”, è il suo parere.
“Anni fa feci un gioco di ruolo, stavolta parlo della mia attività in carcere. In fondo, passiamo tante ore al giorno nello stesso ambiente, seppure con ruoli diversi. Ho chiesto di tornare alla Casa circondariale perché il richiamo è stato molto forte: questa è la mia vera dimensione. E sono felicissima di questa scelta. Oggi ho raccontato l’episodio del mio primo colloquio in un istituto di pena, avvenuto 21 anni fa, con colui che fece l’unica evasione del carcere cagliaritano di Buoncammino (che nel 2014 è stato chiuso, in concomitanza con l’apertura della nuova struttura di Uta, ndr). Era uscito come se fosse un visitatore qualunque e lui non l’aveva percepita come una fuga perché, in fondo, era rientrato di sera. All’inizio pensavo che mi stesse prendendo in giro, mi aveva spiazzato perché era una situazione paradossale; invece era tutto vero, solo dopo ho capito che era sincero. In ogni caso, sono contenta di questa esperienza, che vorrei ripetere. Oggi, purtroppo, due detenuti, Michele e Francesco, hanno dovuto rinunciare all’ultimo perché il magistrato non ha concesso loro il permesso. Ma un’edizione di “Biblioteca vivente”, all’interno del carcere, sarebbe comunque un’iniziativa formativa per tutti”.
Alessandra, educatrice della Casa circondariale di Uta-Cagliari
Emilio e il suo “Lasagne e divano” hanno proposto un’altra dimensione. “Quella del mio primo giorno di permesso, trascorso a casa con la mia famiglia”, racconta. “Un’esperienza indimenticabile, accaduta qualche mese fa. Un sogno che si è avverato: quando sei costretto a stare tra quelle mura, tutto il resto lo lasci andare via, mentre la famiglia ti tocca giorno dopo giorno. Ho due figli ancora piccoli, è doloroso stare lontano da loro, da mia moglie e da tutti i miei cari. Sono dentro da un anno e cinque mesi, ho il fine pena nel 2030 ma spero in una misura alternativa: ogni giorno, dentro il carcere, sembrano dieci. Dentro faccio le pulizie in una sezione. Fortunatamente, usufruisco già di permessi, cerco sempre di tenere una condotta lineare e di non mettermi nei pasticci. Il pensiero è sempre rivolto ai miei familiari, sono loro che mi danno le giuste motivazioni per andare avanti”.










