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di Luigi Alfonso

Vita, 23 marzo 2025

Alla Casa circondariale di Cagliari-Uta sono numerosi i progetti che consentono una formazione mirata all’occupazione una volta scontata la pena. Con la piena collaborazione del tribunale di sorveglianza del capoluogo isolano. La storia simbolica di Moustafa, un giovane senegalese che ha trovato lavoro a Tiscali. Carceri sovraffollate e in gran parte fatiscenti, condizioni igieniche precarie, un elevato numero di detenuti (30-32%) con problemi di dipendenze e una larga percentuale con disagi psichiatrici, che andrebbero seguiti in strutture specializzate. Le falle del sistema penitenziario sono note e riguardano almeno l’80% degli istituti di pena italiani.

La Sardegna non fa eccezione: l’ultimo caso (un giovane che da un mese fa lo sciopero della fame a Bancali, a una decina di chilometri da Sassari) richiamato dalla Garante dei detenuti della Sardegna, Irene Testa, è solo l’ultimo di una lunga serie. Eppure, non mancano alcuni lodevoli tentativi di garantire un minimo di dignità e offrire qualche speranza di recupero a coloro che hanno sbagliato e per questo stanno pagando con la privazione della libertà. È il caso della Casa circondariale di Cagliari-Uta, inaugurata nel novembre del 2014 quando fu chiuso definitivamente l’ottocentesco carcere di Buoncammino.

Il direttore Marco Porcu, pur dovendo fare i conti con la carenza di personale e risorse, da anni dialoga con le realtà locali del Terzo settore e con le imprese. Da un paio d’anni a questa parte, inoltre, ha trovato sponda nel Tribunale di sorveglianza di Cagliari. Così, attraverso il pieno coinvolgimento di organizzazioni del Terzo settore (tra le più attive citiamo la Caritas diocesana, la fondazione Domus de Luna, le cooperative sociali La Collina ed Elan), si stanno offrendo opportunità di reinserimento sociale a decine di detenuti tra i 760 presenti a Uta.

“Non finirò mai di ringraziare quanti si prodigano per aiutarci in questo percorso, con progettazioni di alto profilo”, ha sottolineato per l’ennesima volta il direttore Porcu durante i recenti festeggiamenti per il ventennale di Domus de Luna. “D’intesa con le istituzioni preposte, un certo numero di detenuti sta svolgendo lavori all’esterno, per esempio al tribunale di Cagliari, all’Oasi del Cervo e della Luna (vedi foto d’apertura) oppure presso alcune aziende private (una ventina di persone, ndr). Altri stanno partecipando a corsi di formazione professionale che sono propedeutici per impieghi mirati. Nei prossimi mesi, inoltre, sarà avviato un pastificio all’interno della nostra struttura, che consentirà di produrre e vendere una serie di prodotti di qualità, creando alcuni posti di lavoro”.

Andare oltre i consueti progetti si può. “La missione di un’istituzione giudiziaria è quella di dare risposte efficaci nel più breve tempo possibile”, ricorda la presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, Maria Cristina Ornano, la quale è profondamente convinta della bontà dei percorsi di formazione per i detenuti. “Noi mettiamo la persona al centro di tutto, dando attuazione al principio costituzionale per cui la pena tende alla rieducazione del condannato. Dobbiamo portarlo a comprendere la portata del reato e supportarlo nel percorso di reinserimento nel tessuto sociale. La maggior parte delle persone che si imbattono nel penale, arrivano da condizioni di grave disagio. La consapevolezza aiuta a non cadere nella recidiva, ma anche a riconoscere le proprie fragilità e a comprendere i motivi per cui ha commesso il reato. Se non si fa questo percorso di crescita e maturazione personale, il rischio di recidiva è elevato. Oltre al necessario percorso con gli psicologi e gli educatori del carcere, occorre mettere il detenuto nelle condizioni di fruire dei diritti di cui talvolta è stato privato. Merita una seconda chance, che in certi casi è pure la prima perché magari non ne ha mai avute. A volte si tratta solo di acquisire le regole di convivenza civile e condivisione sociale. Se ci sono gli elementi (per esempio, una famiglia supportiva e un lavoro che lo attende), può bastare un’esperienza di volontariato. Ma ci sono casi difficilissimi, in cui queste persone non hanno neppure un luogo in cui andare o comunque vivono in condizioni di estrema povertà. In alcuni casi, siamo costretti a tenere in carcere detenuti a fine pena che non hanno una soluzione abitativa. Quello dell’abitazione è diventato un problema molto serio”.