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di Guido Garau

cagliaritoday.it, 28 settembre 2025

La decisione di destinare il penitenziario sardo al regime duro - stando a quando scrive il ministro della Giustizia Carlo Nordio - risale al 2009, sotto le presidenze Cappellacci e Berlusconi. Ora Roma tira dritto e accelera: entro il 2026 i primi trasferimenti dei mafiosi. Il carcere di Uta si prepara a diventare la nuova fortezza del 41-bis, il “carcere duro” per i boss mafiosi. Lo annuncia il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con il rigore di un notaio, rispondendo a un’interrogazione della deputata sarda Francesca Ghirra.

Il padiglione sarà pronto a fine anno, è già tutto deciso - Entro i primi mesi del 2026 un nuovo padiglione da 92 posti, al momento in fase di ultimazione, ospiterà i detenuti di alta sicurezza. Ma dietro l’annuncio, tra le righe di una risposta burocratica, spunta una storia che affonda le radici in un recente passato, nel 2009: quando la Sardegna era governata da Ugo Cappellacci e l’Italia da Silvio Berlusconi. È allora, rivela Nordio, che fu firmato il contratto per l’ampliamento del carcere di Uta. E oggi, come in un gioco di specchi, il presente si intreccia con le scelte di ieri, sollevando numerosi interrogativi.

Uno sguardo al passato - Nel 2009 l’Italia era un paese in cui il Cavaliere dominava la scena, tra promesse di rivoluzioni liberali e polemiche giudiziarie. In Sardegna Ugo Cappellacci, fedelissimo di Berlusconi, guidava la Regione con l’entusiasmo di chi si sentiva investito di una missione. Fu in quel contesto che prese forma il progetto di un nuovo padiglione detentivo a Uta, pensato non solo come struttura ordinaria ma come roccaforte per i detenuti più pericolosi. Un carcere nel carcere, con celle blindate e un reparto monopiano per i servizi, disegnato per isolare i boss mafiosi dal mondo. Nordio lo ricorda con precisione: il contratto fu siglato il 25 novembre 2009. Ma chi decise davvero? E perché proprio Uta, in una Sardegna che con la mafia non ha mai avuto il legame di altre regioni?

La risposta, come spesso accade, si perde nei meandri della politica di allora. Il Berlusconi IV, con il suo ministro della Giustizia Angelino Alfano, puntava a mostrare i muscoli contro la criminalità organizzata. L’idea di portare il 41-bis in Sardegna voleva essere un segnale: nessuno, nemmeno nell’Isola, sarebbe stato al riparo dalla longa manus dello Stato. Ma la scelta di Uta non fu priva di ombre. Costruire un carcere per boss mafiosi in un’area già segnata da problemi logistici e gestionali - come la carenza cronica di personale penitenziario - sollevava perplessità. Contaminare con la cultura mafiosa l’ambiente delinquenziale isolano, preoccupa di più. E oggi Nordio ammette: “Non sono previsti interventi straordinari” per rafforzare l’organico. La vigilanza? Affidata al Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria, come se bastasse un cambio di casacca per risolvere le criticità.

Una pesante eredità - Il progetto di Uta sembra essere una pesante eredità berlusconiana. Con l’arrivo previsto di 92 detenuti in regime di 41 bis al carcere di Uta, la Sardegna diventerebbe la regione in Italia con il maggior numero di boss in carcere duro in Italia. Secondo i dati del XXI rapporto di Antigone, aggiornati al 29 aprile 2025, in Italia si contano 742 detenuti in regime 41 bis, pari all’1,19% della popolazione carceraria. Il blocco Lazio-Abruzzo-Molise è attualmente primo con 243 reclusi, seguito da Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta (115), Toscana-Umbria (109), Lombardia (100) e terza la Sardegna con circa 93 detenuti, quasi tutti a Bancali, Sassari.

Con l’aggiunta dei 92 trasferimenti previsti a Uta, la Sardegna supererebbe ampiamente i 180 detenuti al 41 bis, divenendo la prima regione in Italia per presenza di mafiosi in regime di carcere duro.

Ora, con il completamento del padiglione, la Regione si trova a fare i conti con una decisione che arriva da Roma e non ha scelto. Francesca Ghirra, con la sua interrogazione, ha acceso un faro: chi pagherà il prezzo di questa trasformazione? Gli agenti penitenziari, già sotto pressione?

La comunità locale, che vede il suo carcere diventare un simbolo di repressione piuttosto che di riscatto? La società civile sarda? Intanto Nordio tira dritto, nonostante l’appello dell’attuale presidente della Regione Todde: “Ho il dovere di tutelare i cittadini sardi. Chiedo al Governo di fermarsi e di aprire immediatamente un confronto serio e responsabile. La Sardegna non può e non deve essere trattata come un laboratorio per esperimenti pericolosi”.